The Handmaid’s Tale

Conosciamo tutti il racconto dell’ancella; abbiamo letto il romanzo o abbiamo visto la serie, o viceversa, entrambi, addirittura si conosce l’argomento anche senza aver fatto nessuna delle due cose tanto se ne è parlato.

Io ho letto il romanzo e ho visto la serie. Quello che posso dire, senza perdermi in sunti, è che il distillato della confessione di Difred ti striscia sotto la pelle, mentre la serie è una morsa costante allo stomaco perché il contributo visivo risulta sempre più forte, più disturbante.

Un romanzo scritto nel 1984 in pieno clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Unione sovietica mentre Margaret Atwood si trovava a Berlino Ovest e, nonostante Nolite te bastardes carborundorum divenne uno slogan utilizzato dai movimento a sostegno dei diritti delle donne, la Atwood si sottrae spesso allo stereotipo. Durante un’intervista per Vanity fair la Atwood precisa che “se fosse stato solo un libro femminista tutte le donne sarebbero state sottomesse dagli uomini” mentre, come è ancora più evidente nella serie, le Zie e le Mogli sono le maggiore sostenitrici dei valori tradizionali, più di tutte alimentate dalla speranza e glaciali nelle loro posizioni; la verità però è sempre un po’ sotto la superficie perché “quando il potere è scarso averne anche solo un po’ diventa una tentazione”, e non ci si stupirebbe se la Atwood avesse tratto ispirazione dalle donne che operavano nei campi di concentramento nazisti. Nella stessa intervista la Atwood aggiunge: “I diritti delle donne sono diritti umani a meno che tu non abbia deciso che le donne non sono umane (…) se le donne sono umane, i diritti delle donne sono parte dei diritti umani.

Se sei una donna e scrivi di donne in maniera onesta, vieni automaticamente classificata come femminista, ma la verità è che non si può parlare di donne prescindendo dalla loro condizione di disuguaglianza. Quando mi si chiede se sono femminista, chiedo sempre al mio interlocutore cosa intenda. Per me le donne sono esseri umani.

Lo sguardo di Difred nel romanzo è rivolto verso se stessa, è una bambola chiusa in una scatola cui è permesso di danzare solo quando la scatola viene aperta, è smarrita nel mondo ma coraggiosa dentro la sua persona dove riflessioni taglienti, autoironia e flashback del passato la tengono non solo in vita, ma la ancorano alla persona che era. Piccole ribellioni quotidiane fatte anche quando nessuno ti vede, dal burro rubato per idratare la pelle al sesso con Nick, sono quello che la avvicina alla libertà, perché sono scelte, perché è autodeterminazione. Il romanzo lascia molto spazio alla riflessione. Difred si lascia andare a digressioni sul nuovo significato che assume la condizione della donna:

Ero solita pensare al mio corpo come a un veicolo di piacere, o a un mezzo per spostarmi da un luogo all’altro o uno strumento per compiere la mia volontà. (…) C’erano limiti, ma il corpo era, ciò nondimeno, agile, leale, solido, tutt’uno con me. Adesso la carne si dispone in modo diverso. 

Tutta la letteratura di Margaret Atwood – 5 volte premio Pulitzer e canditata al Nobel – dialoga con temi e codici ora volti a decostruire un grande mito dando voce a chi non aveva potuto raccontare prima la propria storia in prima persona – come in The Penelopiad -, ora affidandosi a figure ancillari, prospettive esterne e stranianti che mostrano l’eroismo maschile per quello che è: un atto violento che si afferma attraverso lo spettacolo della sottomissione femminile.

Il Racconto dell’Ancella allestisce una distopia, e su questo siamo d’accordo, ma anche un nuovo concetto di antiindividualismo: come tutte le altre Ancelle anche il nome della protagonista è andato perduto quando è entrata nel Centro rosso, e sostituito da un patronimico composto dalla preposizione con valore possessivo (“Di”) e dal nome di battesimo del Comandante a cui è stata assegnata. “Difred”, nel nostro caso; ma nella traduzione si perde la polisemia della versione originale, perché l’inglese “Offred” (: Of Fred) – come ricorda anche Gaja Cenciarelli sul numero di novembre di Nuovi Argomenti – Il racconto dell’ancella – coincide quasi con “offered”, e, al tempo stesso, evoca la tinta dell’uniforme rossa (“of red”) che tutte le ancelle indossano, portando in testa una cuffia e sopra di essa un copricapo a calotta che impedisca di alzare o volgere liberamente lo sguardo. E il motivo dello “sguardo” come dispositivo di controllo è un aspetto messo creativamente a frutto dalla serie: attraverso l’uso delle inquadrature, che continuamente mettono i personaggi, e noi con loro, in una posizione di sorveglianza subita (tra le guardie si nascondono agenti speciali indicati come “Occhi”), o pure di spionaggio continuo del mondo; attraverso la postura corporea delle ancelle, costrette a non guardare e a essere continuamente sorvegliate. L’insistita ripetizione di scene in cui le donne si scambiano, secondo la prescrizione, la formula di saluto: “Under His eye” (oltre a “Blessed be the fruit / May the Lord open”) accresce l’effetto sonoro e visivo del cerchio di controllo dentro il quale sono chiuse le ancelle.

Ma l’aspetto che più turba riguarda l’invenzione terribile per cui le figure portatrici e esecutrici più spietate di una cultura misogina e di una supremazia del maschile fondata sul controllo della fertilità possono provenire non dalla casta dei dominatori, ma dalla classe delle dominate, vale a dire proprio le donne stesse: le “Mogli” dei comandanti, sulle ginocchia delle quali le ancelle saranno tenute per i polsi e inseminate; le “Marte”, addette al controllo e alla pulizia della casa; e, infine, più spietate e fanatiche di tutte, le “Zie”. Tanto il racconto di parole quanto la serie trasformano il motivo profondo dell’ invidia e del controllo reciproco tra donne nella sottotraccia simbolica della storia – contenendo anche spunti possibili di riflessione estremamente complessi sulle discussioni contemporanee in tema di maternità surrogata. Questi elementi sono resi in modo efficace nella serie televisiva, che ha anche il merito di approfondire alcuni interessanti filoni narrativi, come quello relativo al passato di Serena Joy, la moglie del comandante cui è affidata la protagonista, esponente di una sorta di femminismo conservatore, che propaganda la sacralità dell’atto d’amore e della figura femminile in quanto madre e custode della serenità domestica, questa donna forte e volitiva vorrebbe prendere parte, insieme al marito, alla pianificazione del regime, ma viene progressivamente messa da parte, vittima della sua stessa utopia. Si aprono inoltre dei varchi che nel romanzo restavano piuttosto oscuri, giustamente dal momento che è più intimista, come quello appunto di Serena Joy e sui Mariti (“restano uomini e non cambieranno mai” dice la moglie di Warren quando Janine confessa le di lui perversioni subite), da Moira a Emily a Janine, al varco che si apre quando June capisce che non è sola e dice: “non dovevano darci un’uniforme se non volevano fare di noi un esercito. In questo senso, è fondamentale l’uso della musica al termine degli episodi perché è proprio la musica che spesso serve a restituire al racconto la possibilità di una memoria epica, cioè di un tessuto capace di raccogliere le singole vite in un progetto comune. You Don’t Own Me, alla fine del primo episodio, Don’t You Forget About Me, alla fine del secondo; Waiting For Something, in chiusura del terzo: qui, come tutte le altre volte, le canzoni, usate in forma extradiegetica, sfondano il muro del silenzio, diventando tracce, grida della felicità della vita precedente, che come lame tagliano l’orrore normalizzato, e restituiscono, alle esistenze così annientate delle Ancelle, la promessa di un nuovo inizio.

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Chi sono dunque le buone femministe? E che cos’è il vero femminismo? Quello delle quote rosa in Parlamento e nei Consigli Regionali? Quello che vandalizza la grammatica? Forse stiamo calcando inutilmente la mano, prediligendo l’adesione acritica al politicamente corretto rispetto a una riflessione più complessa che eviti le generalizzazioni e che preveda anche il ripensamento di certe posizioni. Forse avremmo bisogno di più donne come Margaret Atwood. Forse dovremmo essere fiere di dirci cattive femministe.

di Maria Ceraso, 8 marzo 2018

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