The Prophet. La signora dei cimiteri#3_ Amanda Stevens

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Mi rammarica che all’epoca della scoperta di questa serie il mio blog non esistesse ancora e, quindi, di non aver potuto recensire i primi due episodi The Restorer e The Kingdom. Certo, questa recensione sarà più un commento, ma il terreno è minato perché se uno non ha letto non posso osare troppo con le parole, mentre per chi ha in programma la lettura di The Prophet, non posso assolutamente dire cose che possano svelare alcunché. Quindi via alle ciance senza pretese….

Ricordo perfettamente del perché il libro attirò la mia intenzione in quel di non mi ricordo assolutamente, il titolo ovviamente: per un –purtroppo– breve periodo della mia vita sono stata una restauratrice e ciò bastò per rendere accattivante il tutto ai miei occhi. Fui contenta che le mie aspettative non fossero state deluse, la trama risultò originale e carica di suspense, andavo veloce come chi si affanna a fuggire da una catacomba buia con qualcuno alle calcagna e a ritrovare l’ossigeno e la luce quando lo trovava anche Amelia, la protagonista.

Se non conoscete Amelia Gray sappiate che è una restauratrice particolare, lavora tra lapidi e licheni per ridare nuova vita a cimiteri antichi e decadenti. Fin da piccola vede i fantasmi come suo padre ed è lui ad averle insegnato a stare sempre in guardia, a far finta di non sapere nulla della loro esistenza e a non entrare mai e poi mai in contatto con uno di loro, tanto meno con qualcuno che ne è posseduto o perseguitato. All’improvviso il mondo di Amelia vacilla insieme alle sue regole, colpevole John Devlin, un poliziotto tormentato dagli spiriti di sua moglie e sua figlia, morte in un incidente. Di contorno il lavoro di Amelia che fa da sfondo a ciò che accade intorno a loro e in cui vengono invischiati.

A distanza di anni, eccomi qui a chiudere un cerchio…. no, in realtà poi non si chiude un bel niente poiché la cara Stevens se n’è uscita con un altro episodio The VisitorsE meno male! Perché quella che doveva essere una fine, non è stata

TRAMA

Sono Amelia Gray, la Signora dei Cimiteri, e vedo i fantasmi. Mio padre mi ha insegnato quattro regole per tenermi al sicuro da loro, e io le ho infrante tutte. Ora una porta si è aperta, e il male mi reclama per sé. Vorrei tornare alla mia vita di sempre, a quelle regole che mi garantivano la salvezza, ma il fantasma di un poliziotto assassinato non mi dà tregua. So che non troverò pace finché non avrò scoperto il suo assassino. Tutti gli indizi conducono nei quartieri più oscuri di Charleston, e a John Devlin, il detective perseguitato dai fantasmi che dovrei amare solo da lontano. E adesso dovrò scegliere se seguire le regole… oppure il mio cuore.

In questo terzo episodio ritroviamo un’ Amelia ancora scossa dal suo ultimo incarico: il restauro del cimitero di Asher Falls e dalla conoscenza della famiglia Asher con tutto quello che ha comportato. Grande assente è stato John Devlin. Ora Amelia è in “vacanza”, si gode la tranquillità del suo santuario a Charleston e la compagnia del suo cane Angus, in attesa del prossimo incarico. Amelia non fa, però, neanche in tempo ad annoiarsi che inizia a succedere la qualunque: vecchie e nuove conoscenze si intrecciano nella sua vita con un sincronismo che richiederebbe un’acuta riflessione che non avviene se non nelle ultime tre pagine -alla fine di tutto tra l’altro, ma brava!- e solo perché qualcuno glielo fa notare. All’inizio Amelia stalkera nell’ombra il povero Devlin che, detto fra noi, non si capacita di trovarsela sempre fra i piedi dopo che, nel primo romanzo, le stava dando ciò che Amelia tanto agogna -e che non smette di ricordarci-, e lei si sottrae. Io lo sento che è esasperato, ma pover’uomo ha una pazienza di ferro. Ma a distrarla, neanche tanto, dal suo desiderio, il fantasma di Robert Fremont che le chiede di aiutarlo e di trovare il suo assassino. La faccenda si fa curiosa agli occhi di Amelia perché 1) non si capacita proprio che un fantasma si manifesti come Robert e quindi cerca di capire come e perché, se questa nuova direzione che sta prendendo il suo “potere” sia da temere o da accogliere; 2) le sue apparizioni le provocano mille pippe mentali a proposito delle regole che suo padre le ha inculcato fin da bambina ma che puntualmente si vede costretta ad ignorare. Tutto ciò, però, non porta assolutamente a nulla di concreto. Complice di questa malsana ottusità è l’onnipresente sbavante pensiero sul caro Devlin. Si, perché ogni quattro frasi, Amelia sbava mentalmente su Devlin. E questo è di un fastidioso angosciante. Quello che invece preme la sottoscritta me sul “caso Fremont” è che avrebbe dovuto essere un anello della catena, invece Fremont elucubra astrusamente e non dice mai niente… esasperante, quando Amelia chiede lui è evasivo – e molte volte ho trovato questa evasività un espediente facile-, Amelia poi non brilla per intelligenza e così si trascina dietro “il caso Fremont” che si risolve quasi da solo e senza farmi articolare neppure un “ah…”.

La seconda svolta sembra arrivare dall’incarico di tornare al cimitero di Oak Grove (ambientazione del primo romanzo) per finire il restauro. Amelia torna al cimitero memore del passato, ci rende partecipe che quello è l’unico cimitero che le abbia mai dato i brividi e…. niente, ci lavora due giorni e poi viene presa da altro. Quindi VICOLO CIECO.

Finché altri personaggi entrano in scena: le sorelle Perilloux che, per l’innata dote di Amelia di non riuscire a farsi amici NORMALI, ovviamente non lo sono e vengono rivestire del compito di “spiegone” che figurarsi se Amelia capisce. Isabel ci viene presentata come l’ennesima impossibilmente bellerrima… ma che cacchio…. con cui Amelia entra in un’immaginaria competizione dopo averla vista abbracciare Devlin, ma Amelia entrerebbe mentalmente in competizione anche con un cadavere rinsecchito trovato durante uno dei suoi restauri e per di più, come sempre, si darebbe mentalmente sconfitta in principio. Eppure ogni tanto ci ricorda che è bionda, con gli occhi azzurri, slanciata e tonica…. vabbè. E poi c’è lui Darius Goodwine, il “cattivo”, e virgoletto perché alla fine ti rendi conto che per quanto la Stevens voglia farlo apparire come tale, per me, proprio non ci riesce. Mi è piaciuto subito. Ha imposto subito la sua presenza affascinante, accattivante e la sua importanza hai fini della storia che è stata, che è e che SPERO ci sarà. La Stevens ha gettato le basi per un buon personaggio, una personalità che è stata predominante nel racconto nonostante acquattata nell’ombra… però però… dopo un crescendo promettente Darius Goodwine ha fatto PUFFF come un palloncino cui viene allentato il nodo. Alla fine mi sono chiesta… ma…ma…scusate ma Darius Goodwine che fine ha fatto? Cioè, era qui…no? Ma quindi… che voleva?

Amelia invece in questo episodio gira con un punto interrogativo grande quanto l’insegna luminosa e tamarra di un bowling sopra la testa: dopo le informazioni quasi vomitate a cascata in The Kingdom, qua non si fa altro che ricordarle, senza che il cervello di Amelia faccia alcuno scatto in avanti, mentre continua fastidiosamente a ripetere come un mantra le parole del padre, cosa penserebbe, cosa le direbbe ora ecc. AMELIA! Invece di pensare alle mille mila regole che hai infranto e versare lacrime sul latte versato… AGISCI! E’ LA TUA VITA! E invece viene sballotata dagli eventi ritrovandosi sempre tra le mani facilitazioni e aiuti, origlia al momento giusto, l’amica le fornisce libero accesso a documenti che ho i miei dubbi possano essere di dominio pubblico ma vabbè… e sembra trovarsi sempre nel posto giusto/sbagliato perché ogni cazzata di Amelia si rivela una miniera d’oro. Ricordavo una personalità più concreta, invece Amelia non si auto-determina, sembra che sia ciò che le accade intorno e chi la circonda a farle da marea. E poi davvero, il rapporto che ha con Devlin è un po’ patetico, ma insomma, ho capito che Mariama ti guarda male ogni volta che lo tocchi, che senti le correnti di aria fredda, ma su… è morta… ah già, Amelia ha più paura dei morti che dei vivi. Devlin, poverino, già è frustrato per cavoli suoi e tu ogni volta gli svieni addosso, ti fai coccolare e poi senti gli spifferi… lui, d’altro canto non capisco come quando e perché abbia sviluppato questa “passione” per Amelia. Come pochi -anzi, spero ce ne siano-, non ho mai palpitato per i due e di certo gli eventi non me li hanno fatti amare, anzi, la loro storia, soprattutto dopo il secondo episodio, me li ha resi marginali.

E qui DEVO SPOILERARE, quindi se non volete sapere scorrete oltre!!!!!

Dopo l’ennesimo salvataggio, morale o fisico che sia, da parte di Devlin nei confronti di Amelia, che continua a trovarla svenuta e smarrita dappertutto, la porta a casa e…. all’improvviso Amelia cede. Si, lo fanno. Ma attenzione…. Amelia cerca di irretirci e convincerci che finalmente se ne sbatte di Mariama, che ha preso coraggio…. in realtà non la vede e non sente spifferi e quindi coglie la palla al balzo. E fa pure la zozza.

e qui…. apro una parentesi enorme. La scena di sesso. Credo sia una delle più brutte che io abbia mai letto in assoluto. Nonostante, come dicevo, la coppia fosse diventata per me quasi marginale, ci pensavo anch’io, mica no. Mi aspettavo un momento catartico, carico di tensione…. e invece è stato squallidissimo. Amelia, senza, non lo so, criterio, prende in mano la situazione…. cioè, non proprio in mano…. ci siamo capiti e mentre lo fa ci mette a parte di una riflessione profonda: che non lo fa spesso, ma non vuol dire che non sia esperta… CI FA PIACERE SAPERLO. Anche no, perché penso solo a perché cacchio me l’hai dovuto dire, come per strizzare l’occhio al lettore…. terribile, fallo e basta, è il tuo momento finalmente e cerca di renderti non-fastidiosa, almeno adesso. Devlin…. Devlin non fa assolutamente niente, almeno così mi è sembrato, quindi dopo aver “cercato” di costruire secondo certi criteri il personaggio fa una misera figura, infrangendo i pensieri erotici di tutte le lettrici della signora dei cimiteri.

Infine, tutto sommato, mancanza di risposte, personaggi che fanno puff, vicoli ciechi, questo episodio mi è piaciuto, meno di altri, ma mi è piaciuto. Alla fine ciò che aveva creato il grande sfondo fin dall’inizio, ovvero la storia di Devlin, viene risolto anche se si porta dietro un succulento fardello di cui immagino vedremo le prelibate conseguenze in The Visitors, la vicenda scorre, c’è qualche colpo di scena, gli avvenimenti sono ben concatenati e la varietà di personaggi è sempre apprezzata.  The Prophet non fa proprio un buco nell’acqua, ma avrei voluto un sforzo maggiore e un finale meno frettoloso.

Grazie a tutti.

Alice nel paese della vaporità_ Francesco Dimitri

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Voglio fare una grossa premessa: prima di riuscire a recensire questo… romanzo, sono passati giorni e giorni fra arrovellamenti cervellotici ed esami di coscienza. Ho letto tutte, e dico TUTTE, le recensioni su Goodreads e blog vari per farmi aiutare a capire. Quello che avevo bisogno di capire, in vera sintesi, era la “natura” del… romanzo, ma, più di tutto, ciò che io provavo e sto ancora provando nei suoi confronti. Perché si, sono molto confusa, su tutto, su tutti, non ci ho capito niente. In realtà ho capito tutto riguardo al… romanzo, ma sono confusa e perplessa lo stesso. AMMETTO di aver avuto bisogno di leggere parole altrui per farmi un’idea definitiva riguardo i miei sentimenti poiché, se avessi dovuto fare una recensione a fine lettura non ci sarebbe stato il solito istinto, il solito flusso di coscienza ad aiutarmi perché questo… romanzo mi ha lasciato il vuoto dentro. L’unica soluzione era che io andassi da Dimitri e girassi un video mentre gli tiro il kindle in mezzo la fronte. Quel video sarebbe stata la mia recensione.

Ma visto che io non so dove abita Dimitri, mi sono documentata, e questo è quanto.

TRAMA

Ben è un giovane londinese che soffre di allucinazioni. Per lavoro legge manoscritti. Una notte gli arriva un libro che si chiama “Alice nel Paese della vaporità”. Noi con lui seguiamo la storia di Alice, un’antropologa che vive in una Londra Vittoriana che non c’è mai stata. Alice viaggia nella Steamland, una terra invasa da un gas che provoca allucinazioni e mutazioni. Una terra in cui la realtà cambia a ogni istante, in cui “giusto” e “sbagliato” sono soltanto parole, e in cui le parole stesse si trasformano in odori e sensazioni. Quella di Alice parte come una ricerca, ma si trasforma subito in una lotta per la vita e per la morte. Alice dovrà sopravvivere in una terra oscura, in cui non c’è differenza tra orrore e meraviglia. Ben legge la sua storia. E qualcosa succede anche a lui.

Questa è la trama. L’avete letta? Vi ha incuriosito, vero? Bene, dimenticatevela.

Stando alla suddetta descrizione Ben sembrerebbe il protagonista della vicenda, o meglio, il pilastro portante. Non è vero. Ok, cerco di essere più professionale. Non è così che viene percepito perché Dimitri l’ha trattato male. Ma andiamo con ordine. Perché ha trattato male tutto.

Ben è un ragazzo affetto dalla sindrome di Alice nel paese delle meraviglie (esiste davvero) e fa, credo, il correttore di bozze per una casa editrice, o addirittura l’editor, non l’ho capito. La sua esistenza è segnata da questa malattia e di recente anche da un evento tragico: la morte di sua sorella causata da un incidente stradale che vede colpevole lo stesso Ben. Inoltre si è da poco mollato con il suo ragazzo (Ben è bisessuale) e quindi la sua situazione di sconforto-depressione è quasi al limite. Una sera gli arriva per email un romanzo da fonte sconosciuta che Ben inizia a leggere, il romanzo è in pratica quello che leggiamo noi di Alice & co. e quindi diventa una storia nella storia dal risvolto ( che non spoilero) frettoloso e minimamente sorprendente, forse l’unica nota positiva che però se non ci fosse il resto del romanzo sarebbe stato meglio. Con questa costruzione Ben aveva le carte in regola per essere un protagonista interessante, peccato che alla fine gli viene dedicato si e no il 20% del romanzo e questa minima percentuale ha anche la pretesa di essere esaustiva. Le parti relative a Ben ci vengono somministrate con il contagocce, in favore di un’ eroina di una piattezza immonda, ma dalle pretese degne del nome. Alice è un’antropologa di 29 anni con un passato di violenza infantile. Viene salvata da un personaggio di cui non ricordo il nome e che tanto viene dimenticato (insieme al passato che mi sembrava degno per spunti interessanti) e  quindi ciaone. Alice è annoiata dalla vita, da Londra (ah siamo a Londra! Grazie. Stop, chiuso capitolo Londra). Cerca svago in occasionali partners sessuali (e mi/vi risparmio la parentesi partners sessuali di Alice) che però si rivelano tutti fuffa e quindi decide di tentare l’intentabile: infiltrarsi nella Steamland, una specie di periferia affogata nella vaporità (tipo gas di scarico che danno effetti da LSD) in cui si celano orrori inimmaginabili. Più ci si avventura in questo luogo, più emergono dalla nebbia situazioni e personaggi con un chiaro ma debolissimo richiamo a quelli dell’opera di Carrol e l’avventura di Alice diventa il canonico “viaggio/ricerca dell’eroe” che però si riempie fino all’orlo di eventi e dialoghi piatti e ridondanti, personaggi improbabilmente improbabili e tutto inizia a strabordare da un orlo già al limite fino all’esaurimento-nausea e….si, al 40% del libro ho iniziato a saltare le pagine. Ecco, l’ho detto. Pagine e pagine di concetti mistici e filosofeggianti, elucubrazioni su alberi, esistenze, ombre, sogni, lasciati andare, perché è così, non guardare osserva, senti con le mani e tocca con l’olfatto, i fiori…. mi stavo dando il kindle in faccia. Non ci ho capito una mazza, anzi ho capito, ed è una strabiliante cazzata. Ma non sono io, è che Dimitri si è perso, voleva fare sun tzu parlando come il buddah e bo… Alla fine Dimì hai attaccato il pippone supremo, forse non vedevi l’ora di liberarti e forse ci sei riuscito, se me lo avessi chiesto ti avrei consigliato di scrivere un bel saggio, perché così hai solo rovinato la tua storia, usandola come un cavallo di Troia.

Questo romanzo poteva salvarsi in più occasioni, ma sono tutte implose. La storia si rivela un tradimento continuo ai danni del volenteroso lettore, dall’incipit steam-attaccato alla qualunque per provare (a chi, a te stesso?) che stiamo leggendo un romanzo steampunk, dalle intenzioni, appunto, steampunk che precipitano miseramente ad ogni tentativo calcolato male o forse non calcolato per niente, dimenticato. Il contesto manca completamente, anzi, forse lo indica la trama, ah si nominano un paio di volte Londra e il resto del lavoro dobbiamo farlo tutto da soli. Ci sono troppe TROPPE cose che vengono buttate lì e DIVENTANO o SONO perché lo dice Dimitri ebbbasta.

E il finale… imbarazzante, frettoloso, imbarazzante, deludente…. è un FINALE BO.

Grazie a tutti.

 

Salto Dimensionale

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Era da qualche giorno che non lo so…avevo un desiderio inespresso, venuto da qualche parte, di riprendere in mano Le Cronache del Mondo Emerso o Le Guerre del Mondo Emerso. Avevo voglia di tornare da Nihal o di rivedere Dubhe. Purtroppo non ho potuto, perchè i suddetti sono nella mia cameretta a casa-casa, a mille km di distanza.

Stavo bazzicando su Amazon, facendo shopping immaginario perchè la mia postepay evo era a 0 e quindi stavo scorrendo gli ebook da 0,00 euro, demoralizzata, afflitta. Ho iniziato a buttare nel kindle roba e iniziato a leggere le prime pagine. Afflitta, molto afflitta. Finché…

Trama:

Le dimensioni sono nel caos, la magia è illegale, l’acqua un bene prezioso. Kyrin è in fuga dalla legge. E’ stata condannata a morte perché usa la magia e gli Shadowmere da cui è sfuggita le danno la caccia. Saltare da una dimensione all’altra è l’unica cosa che la tiene in vita.

Sul punto di essere catturata dagli Shadowmere, Kyrin inciampa in una dimensione che è molto diversa dalla sua e da quelle che è abituata a vedere, ma, soprattutto, fuori dalla giurisdizione di coloro che le danno la caccia. In questa dimensione Kyrin trova gente inconsapevole dei mondi che la circondano. 

Lord Alric governa sul regno da quindici anni, sotto la guida del dio Sithias, che con altre divinità ha combattuto e sradicato il male da quelle terre secoli prima. Finché non è arrivata Kyrin, Alric non aveva nemmeno mai pensato che il male potesse essere ancora tra di loro o che l’uso della magia, considerato estinto da tempo, potesse tornare.

Diciamocelo, il titolo fa schifo. Ho sempre odiato i titoli didascalici, ma questa è l’ultima cosa di cui dovrei lamentarmi dato che il testo è asurdamente disseminato di errori di disparata natura. Ma ok, non al punto di non capire una mazza di quello che si legge.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con l’apertura.

Forse sono io ad essere un’inguaribile romantica, o forse avevo talmente voglia di leggere un personaggio cazzuto che mi sono auto-plagiata e mi son fatta piacere questo. Bah…i misteri dell’inconscio.

Nelle prime pagine ci troviamo subito nel vivo dell’azione: niente sproloqui pesanti, niente riassunti pallosi, nessuna presentazione tipo primo giorno di scuola o seduta dallo psicologo. Kyrin si mostra subito per quella che è, una ragazzina, vero, ma temprata dalla vita squallida e difficile, disinibita riguardo alla violenza e ai metodi di sopravvivenza e con un fantastico, brutale cinismo. Kyrin viene da una dimensione del tipo post-apocallittico/medievale, cioè una merda, il peggio del peggio della merda, dove è cresciuta, dove ha subito angherie e violenze profonde, dove regna la misoginia e le donne sono schiave, merce di scambio e meri oggetti del piacere. All’età di undici anni riesce, grazie alla sua magia, a scappare dalle grinfie del suo aguzzino Mika, che proprio per via delle sue “magiche” capacità la prende con sé. Quando scappa non si rassegna e le mette alle calcagna gli Shadowmere, soldati al servizio del Consorzio (coloro che regnano sulla dimensione di Kyrin) che vorrebbero, al contrario di Mika, giustiziare la ragazza per aver usato la magia che è da secoli illegale.

Per tutta la vicenda Kyrin dimostra un carattere di ferro. E’ un’abilissima guerriera, un’assassina nel vero senso del termine, che non ha paura di compiere i gesti più dissoluti per compiacere il suo dio malvagio, poichè ha passato, dopo la fuga, diversi anni della sua vita con un’Evil, creatura malvagia/demoniaca al servizio del Dio/demone Daemionis, che poi è diventato anche il suo Dio  e che la usa per i suoi scopi. Anche se a volte si è sfiorato il ridicolo non me la sento di bocciare che questi qua posso veramente, ma veramente, parlare con i loro dei. Cioè del tipo botta e risposta e pure conviviali.

La dimensione dove approda, su cui regna il giusterrimo, valorosissimo Lord Alric è proprio un’altra storia rispetto al resto, non un paradiso ai nostri occhi, perchè comunque ci sono lotte di potere, ma lo è agli occhi di Kyrin. Lei, che guarda sempre tutto e tutti con sospetto e cinismo, dovrà imparare e lasciarsi guidare nelle tradizioni e nei modi di questa nuova vita. Ma essendo in lei estremamente radicato l’insegnamento del suo demoniaco dio non riesce quasi per niente ad inseririsi, anzi, a capacitarsi di poter vivere in quel determinato modo. Mi è piaciuta perchè non si smentisce mai nonostante tutto, la sua volontà non si lascia mai piegare e per tutto il libro si accompagna all’estremamente ingenua e distorta visione che ha dell’esistenza e soprattutto dei rapporti tra uomo è donna, che cozza incredibilmente con il suo carattere cinico e i modi di fare dissacranti. E’ un bel personaggio, soddisfacente, coerente, originale nel suo essere semplicemente cattiva, ma senza saperlo, perchè è l’unica cosa che conosce, ma che viene a volte un pò persa nel mezzo delle diecimila cose che capitano a raffica e che non servono a un granchè nella trama, perdendo un pò il passo. La cosa che mi piace della sua “ingenua cattiveria” è che non viene mai messa in discussione, almeno da lei stessa, con sproloqui o monologhi interiori. Lei non da spiegazioni o giustificazioni a nessuno, lei è così e basta. Non voglio spoilerare troppo ma, ovviamente, c’è un giusterrimo e valorosissimo uomo che cercherà di cambiarle la vita.

I personaggi che le gravitano intorno completano bene il sodalizio, ma sono alquanto stereotipati e mi aspetto, anche se mi rompe un pò le palle, che nei prossimi capitoli (altri 5 in italiano, i restanti CIAONE), vengano articolati un pò meglio e che accada davvero qualcosa.

In conclusione ho letto solo recensioni negative, dai toni di sufficienza e che hanno solo rotto le palle per gli errori grammaticali. Io, sinceramente, sono rimasta molto soddisfatta. Volevo qualcosa di diverso, che mi riportasse a galla un senso di affezione che non provavo da un pò e, forse inspiegabilmente, questo romanzo mi ha accontentata, tanto da spingermi a leggere anche il secondo Paragoy.

Datemi della pazza o della sentimentale, ma credo sia stato sottovalutato. Non oso certo paragonare Kyrin ai pesonaggi di Licia Troisi, ma cercavo qualcosa che me li ricordasse piacevolmente e sono incappata in questo. Destino? Coincidenze? Sono impazzita? Io non credo….