La ragazza del treno_ il Film

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Come immaginavo il film è un flop. Una brutta copia sbrigativa e fatta male, un progetto di business da dare in pasto a lettori insoddisfatti che, credo vivamente, lo siano stati ancora di più dopo aver visto la pellicola. Cosa credevate? Ma no, voi, carissimi, lo sapevate benissimo a cosa sareste andati incontro, però ve la siete cercata lo stesso. E’ comune a tutti noi avidi lettori l’essere masochisti. Anche chi non lo ammetterebbe con nessuno, forse neanche con sé stesso, cova il sordido desiderio di vedere il risultato delle proprie fantasie/letture sul grande schermo, come le ragazzine che vanno alla ricerca di books-trailer su internet…

Ma va bene, ci siamo fintamente dati un pizzico sulla pancia e ce lo siamo visti, adesso basta. Possiamo chiudere, spero finalmente, il sipario sulla ragazza del treno. E aprire quello sull’ultima fatica di Alafair Burke… non è vero? he he he

Credo sia stato un peccato aver sprecato un’ottima interpretazione di Emily Blunt. L’attrice è stata davvero brava e credibile, molto, mi è piaciuta, e per questo l’ho trovata una performance davvero sprecata. Il film praticamente l’ha fatto tutto da sola, l’ha praticamente tenuto in piedi lei. Gli altri attori bo, non sono stati neppure pessimi, non sono stati proprio…. il nulla. Se invece di farci un film ne avessero fatto un monologo a teatro con la stessa Blunt ci avremmo guadagnato tutti molto di più.

Premettendo che l’ho visto sul divano con mia mamma (abbiamo letto il libro insieme), è stato significativo il fatto che ci siamo annoiate entrambe a morte, oltre a pensare esattamente le stesse cose. Ma ancor di più lo è stato il fatto che entrambe siamo state d’accordo che uno che vede il film senza aver prima letto il romanzo non ci capisce un cacchio di niente. Quindi, ribadisco, è stato solo fatto (male) per darlo in pasto ai lettori. E ste’ cose non mi piacciono, per niente.

Nella recensione al romanzo avevo forse superficialmente affermato che il libro è meglio anche senza aver visto il film, non mi ricredo e non ho visto il film nella speranza di farlo, era solo per essere “professionale”. Ribadisco anche che è assolutamente insensato andare a vedere un thriller di cui già conosci le dinamiche e quindi La ragazza del treno_il film è insalvabile sotto tutti i punti di vista.

Grazie a tutti.

 

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The Danish Girl: La Notte di Oscar #3

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Complice la temporanea mancanza di internet sono in ritardo (o giusto in tempo) per parlare di uno dei film candidato per 4 statuette:  Miglior Attore Protagonista (Eddie Redmayne), Miglior Attrice non Protagonista (Alicia Vikander) e per la Scenografia (Ewe Stewart) e i Costumi (Paco Delgado).

The Danish Girl è  Mogens Einar Wegener divenuto poi Lili Elbe, prima persona nella storia ad essere identificata come transessuale e prima ad essersi sottoposta a una serie di interventi chirurgici per cambiare sesso. Siamo agli inizi del Novecento, in Danimarca, immersi negli ambienti dell’Arte del tempo, poichè sia Einar che sua moglie Gerda sono pittori. Nel 2001 è stato David Ebershoff a scrivere un libro sulla storia che dà anche il nome a questo film diretto da Tom Hopper ( Il Discorso del Re, I Miserabili ).

La scenografia e i costumi sono parte integrante di tutto il film, ci trasportano in modo impeccabile nel mondo dei protagonisti e sono stati grandemente apprezzati come “vere lezioni di scenografia”. Il viaggio tra la Danimarca e Parigi è scandito dalla dominante e significativa presenza dei colori (degli ambienti, dei vestiti e dei paesaggi) e ci sono bellissime inquadrature che richiamano i paesaggi dipinti dei pittori di ogni secolo, dal Secolo d’Oro della pittura danese e olandese ad una meravigliosa inqudratura di Einer/Lili di spalle, che richiama ai soggetti di pittori come Hammershoi e Holsoe. Ma io ho studiato storia dell’arte…quindi…

I due protagonisti affrontano una prova molto forte in modo perfetto e magistrale, e diciamo che Redmayne fa quello che deve fare e lo fa bene, ma le sfumature che la Vikander ci regala e la forza della sua interpretazione la rendono la protagonista incontrastata del film e perciò mi è sembrato più di vedere  la storia di Gerda che quella di suo marito.

Il film rende la storia della “trasformazione” in modo molto poetico ed io sono stata incantata a guardarla svolgersi per tutto il tempo, ma la poesia e la delicatezza con cui si è trattato un argomento così difficile ha destato molte polemiche in quanto, e cito, “Quella di Lili Elbe è una storia dolorosa, di sofferenza personale, mentale, e soprattutto fisica. È una vicenda che è importantissimo ricordare anche coi film perchè è un passo nella storia dell’Uomo di rottura, di cambiamento, di provocazione. Com’è resa la provocazione in questo film? In modo molto depotenziato.

Secondo molti il fulcro del racconto è stato messo in secondo piano “dall’apparato formale ed elegante” che da tono al film a discapito della “sofferenza di un cambiamento, il coraggio di un uomo che, in un tempo contro, ha voluto affrontare la sua difficoltà di stare in un corpo che non sente suo tentando un‘operazione chirurgica mai fatta prima. Si tratta di una storia di corpi, di lacrime e di sangue e in The Danish Girl tutto ciò viene fatto quasi evaporare, sfumando in scelte stilistiche belle ma che sovrastano il contenuto“.

Io non conoscevo la storia prima di aver visto il film, perciò mi avvalgo delle parole di chi ne sa più di me e che, dopo aver fatto qualche ricerca, mi sono ritrovata in effetti a condividere.

Ma io che non giudico la storia in quanto tale, ma il film, sono stata incantata dal guardare quest’uomo che scopre in sé una bellezza di cui prima non si era reso conto, quella bellezza che fino ad allora aveva visto e ammirato solo in sua moglie, innamorandosi di lei, della forza di Gerta come donna. Non si tratta di gusti sessuali, lui inizia a vedere in sé stesso quella stessa bellezza e a desiderarla, facendola sua per poi scoprire che era solo un tassello perdutosi per la strada della vita.

E’ stato affascinante e toccante vederlo innamorarsi lentamente e timidamente dei suoi stessi gesti, da prima casuali e poi imitativi, seguiti alla ricerca dei propri, di quelli di Lili. Quando va a spiare la prostituta c’è un vetro tra loro due, ma è come se fosse uno specchio, invece vi si riflette solo un pallido riflesso di Einer che si sovrappone alla donna al di là del vetro di cui inizia ad imitare le movenze.

Il conflitto e il dolore di Gerta nella loro stoicità approdano al lietofine anche prima che lei se ne accorga, perchè quando inizia a dipingere Lili trova la sua strada di artista, il suo premio, perchè finalmente, anche se ancora non poteva saperlo, stava già dipingendo la verità, perchè “l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”.

Sinceramente appena terminata la visione nella mia mente ho subito ritrattato la consegna dell’Oscar per il ruolo di Miglior Attrice non Protagonista…. perchè Alicia Vikander è stata straordinaria.

“Vorrei vederti dipingere ancora….”

“Ho dimenticato quel paesaggio ormai…”

 

Joy: la Notte di Oscar #2

JoyfilmposterContinua la tirata sui film candidati agli Oscar e dopo aver parlato di The Revenant volevo soffermarmi su un’altra pellicola.

Questa non è candidata come miglior film, ma per una categoria che mi sta ugualmente a cuore: Miglior Attrice Protagonista. E ovviamente l’immensa Jennifer Lawrence è la candidata. Il film di cui sto parlando è Joy e Lawrence ha già vinto un Globe per la categoria, quindi…

Però non diamola già per vinta, anche se io l’Oscar glielo darei, ma io sono di parte, tanto.

Ma parliamo del film.

Come al solito voglio aprire una parentesi: Se leggo un’altra recensione che nomina Cenerentola mi incazzo!!!!! Ragazzi ma perché dobbiamo sempre fare associazioni così banali e sessiste? Ma perché secondo voi paragonare una donna a Cenerentola è un cazzo di complimento!?!?!?!

No.

Innumerevoli recensioni parlano del personaggio di Joy Mangano come la Cenerentola dei giorni nostri. Io non so se alla Mangano il paragone piace o se gliene  frega quantomeno qualcosa, a me non garba. Comunque.

La trama è ispirata alle vicende, in parte vere, di questa donna, inventrice del Miracle pop, il Mocio per noi italiani. Beh, quando ho messo in atto la mia opera di convincimento per farmi portare a vedere il film certo non mi ha aiutata come cosa, e devo dire che in effetti:

-Mi porti a vedere Joy?-

-E di che parla?-

-Della tipa che ha inventato il Mocio.-

Insomma, mi sono guadagnata un’alzata di sopracciglio. E ci sta.

Non sapevo cosa stavo andando a vedere, a me interessava solo Jennifer, l’immensa Jennifer. E, almeno su questo, le mie aspettative non sono state deluse. Perché è lei che tiene in piedi tutta la baracca, d’altronde come il personaggio che interpreta. La Lawrence è una fuoriclasse. Per me una garanzia, per O. Russell è una garanzia, mi basta.

La storia proposta dalla pellicola è in parte vera, cioè il come sono andate di base le cose c’è, in parte è rivisitato in chiave favolistica, con i tipici toni de “Il Sogno americano”, con gli improbabili e casinisti membri della famiglia, ma è una cosa che funziona solo all’inizio, almeno fino a metà film.  Per il resto il ritmo non incalzante, la monotonia, fa sentire una certa pesantezza che ci accompagna fino alla fine, riuscendo a strapparmi a malapena un sorriso di soddisfazione al termine.

Con questo film O. Russell non ha eguagliato, anzi non si è proprio avvicinato, allo stile di Il Lato Positivo e American Hustle, siamo proprio fuori traccia. La storia è sicuramente degna di essere raccontata ma, probabilmente, senza l’ausilio della componente favolistica, creata dalla scelta della voce narrante della nonna, e la componente romantica dei ricordi, i flash, e la scelta della neve come elemento significativo, sarebbe stato ancora più piatto.

La notte di Oscar #1

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La notte di Oscar si avvicina per l’88esima volta, il 28 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, su Sky in diretta per i fortunelli e su Cielo (si spera) il 29 mattina.

La mia intenzione non è recensire ma, semplicemente ed ignorantemente, scrivere quello che penso senza regole di sorta, altrimenti mi sbattevo su My Movies.

Diamo qualche numero.

Oscar verrà consegnato nelle sue piccole fattezze a 24 carati il 28 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles. Neanche a dirlo The Revenant si candida con ben 12 nomination, seguito da Mad Max: Fury Road con 10, The Martian con 7 e 6 per Spotlight.

Veniamo a noi.

Il primo film di cui voglio parlare è il sommo The Revenant.

Apro subito una parentesi: mi fa piacere che dopo quarant’anni Stallone torni a concorrere, però se gli danno l’oscar come miglior attore non protagonista allora diamo eccezionalmente la statuetta anche all’ innominato indiano che cerca la figlia in The Revenant. Chiudo parantesi.

Signor Iñárritu io mi prostro ai suoi piedi, a quelli di Lubezki e all’immensità delle riprese. Mentre vedevo il film ho provato un selvaggio desiderio di essere regista e in un secondo e mezzo ho rimpianto l’essere laureata in storia dell’arte. Io le voglio bene. E voglio bene anche a Di Caprio, ma più per abitudine a questo punto. Apprezzo lo sforzo, hai lavorato in condizioni assurde e ti è venuta la bronchite e la febbre. Ma più dell’apprezzamento e dell’ammirazione della folla acclamante… non avrai altro. Mi dispiace, ma è la dura verità. Poi se (stavolta) lo prendi l’Oscar a me fa piacere, sei uno dei miei attori preferiti e sei oltremodo cazzo-bravo, ma ho parecchie riserve e poi c’è Trumbo (Bryan Cranston). I momenti di riflessione spirituale, del sogno, si alternano a piani sequenza estremamente coinvolgenti, tant’è che io, in prima fila di quel sabato al cinema, stavo per vomitare come sulle montagne russe. Il ritmo è serrato ma pesante allo stesso tempo, ad un certo punto mi interessava di più cosa avrebbe fatto Tom Hardy e il suo compare dalle sopracciglia assurde (che abbiamo avuto modo di deridere…pardon, conoscere in Maze Runner). E poi c’è un contagio da “americanata” bella e buona: no, non mi dimentico che la storia di Glass è vera e che c’è un libro, in cui tra parentesi il personaggio di Hardy non c’è, però quella profusione di ideali da “vero uomo” e promesse da “vero uomo” mi ha stancata subito e, secondo me, non serviva neanche. Abbiamo capito, il concetto è chiaro, è peccato divino ed è disonorevole abbandonare un uomo presumibilmente sul punto di morire… ma che davvero? Che poi Glass, vendetta a parte, voleva solo morire  e invece ritorna non come nuovo ma quasi. La cosa che non ho sopportato più di tutte è stato lo sguardo rivolto allo spettatore del frame finale. No. Magari negli anni Venti. Mi sarebbe piaciuto vedere Glass morire. Non è una cattiveria gratuita, dico per il senso del film. Sarebbe stato un finale migliore e, può sembrare strano, più epico. Perché l’intenzione di Iñárritu era di fare un film epico. No?

Di una cosa però sono sicura, l’Oscar come miglior film è comunque, assolutamente, inevitabilmente tuo.

P.S.

Previsioni

Oscar Miglior Attrice protagonista a Jennifer Lawrence perché è IMMENSA e io la voglio come amica del cuore;

Oscar Miglior Attore non protagonista a Tom Hardy, perché anche tu sei IMMENSO, ma per ben altri motivi;

-no ok, professionalmente parlando è molto valido come attore;

Oscar Miglior Attrice non protagonista… vabbè datelo a Rooney Mara;