Anna Vestita di Sangue

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Lo devo ammettere. Erano anni che non mi innamoravo come un’adolascente cretina davanti al protagonista di un romanzo. Ebbene Cas ci è riuscito. è riuscito a farmi tornare l’adolescente che ero 10 anni fa, quando non ero cinica e quando non mi annoiavano i romanzi privi di scene di sesso (non sempre quelle esplicite) o quelli con dettami d’amore stile conservatore.

Ho riscoperto con piacere la narrazione in prima persona, quella mio dio priva di pippe mentali inutili, demenziali e riguardanti cose che dopo i 16/17 anni non hanno la benchè minima importanza. Cas è diretto, mi ha fatto sorridere subito, mi ha attratta subito, affascinata, divertita, trascinata tra le pagine.

La trama:

Cas Lowood ha ereditato una strana vocazione: uccidere i morti…

Suo padre lo faceva prima di essere ucciso dal fantasma che stava cercando di annientare. E ora Cas, armato del misterioso pugnale athame, continua la missione: viaggia di città in città insieme alla madre, una strega, e al suo gatto fiuta-fantasmi, alla ricerca di spiriti malvagi. Quando arrivano a Thunder Bay per eliminare quella che la gente del posto chiama “Anna vestita di sangue”, Cas non si aspetta nulla di diverso dal solito. Si trova invece di fronte a una ragazzina posseduta dalla rabbia e vittima di maledizioni, uno spirito diverso da quelli che è abituato a distruggere. Indossa ancora il vestito che aveva quando fu assassinata, nel 1958. Dal giorno della sua morte, Anna uccide chiunque osi entrare nella dimora vittoriana vecchia e cadente in cui un tempo viveva. Gli spiriti delle sue vittime penetrano il legno marcio delle pareti, strisciano sul pavimento ammuffito e viscido delle cantine, senza trovare pace… Per qualche strano motivo però, Anna non uccide Cas. Anzi, si rivela l’unica in grado di aiutarlo a trovare il fantasma maligno che lo ha privato del padre. Così, insieme agli altri strani amici del giovane, streghe e stregoni in erba, formeranno una squadra disposta ad affrontare ogni pericolo. Ma Cas dovrà risolvere un problema ancora più difficile di questo: quale sarà infatti il destino di Anna?

Anna Vastita di sangue è il primo, apprezzato, romanzo di Kendare Blake.

Letto in una giornata e mezza ho letteralmente tirato il mio amatissimo kindle in faccia al muro quando, carica di aspettative e letteralmente con l’acquilina alla bocca riguardo al seguito, ho scoperto che il suddetto seguito, Girl of Nightmares (uscito negli USA nel 2012) non è stato tradotto in italiano. Ma che ca***!

Sono molto avvilita. Molto.

Il libro mi ha adocchiata dallo scaffale del supermercato stuzzicandomi subito. Non tanto la copertina, un pò banale, ma il titolo. Non so perchè ma mi ha mandato certe vibrazioni. Stanca di vampiri e lupi mannari, sono stata contenta di imbattermi in un caro, vecchio fantasma, sperando che non si rivelasse una storia uscita da Piccoli Brividi. Sono rimasta sorpresa e allegramente soddisfatta.

La prima cosa che mi ha intrigata è stato il punto di vista maschile, quello appunto di Cas. Di solito sono prevenuta, specialmente quando a dare voce ad un protagonista maschile è una scrittrice, e invece…

Si entra subito nel vivo della faccenda, Cas e i suoi pensieri strafottenti mi hanno fatto ridacchiare al suo pensiero come una quattordicenne. Io da fan dei fratelli Winchester l’ho trovato molto credibile, sia lui come personaggio che le situazioni e ciò che effettivamente sa e fa. Per fortuna il melenso l’autrice ha deciso di lasciarselo alle spalle, ma mi ha fatto sospirare comunque. Cas è talmente disilluso nel fare il suo lavoro che avvertiamo la tensione quando si rende conto che Anna, il fantasma di Anna, è diverso. Non c’è la trafila di seghe mentali tipiche, diciamocelo su, di molte protagoniste fmminili che rimangono folgorate e tramortite dallo “sguardo conturbante” del primo bad boy che si trasferisce/compare dal nulla, vicino di casa/nuovo compagno di scuola/venuto a trovare un parente. In Cas questo genera la naturale confusione e, diciamoci anche questo, lui è un ragazzo, i ragazzi sono elementari e quindi i pensieri/emozioni/ pippe mentali sono elementari. Il termine che uso non è negativo, forse anche noi femminucce, ogni tanto, dovremmo imparare ad essere più “elementari”.

Insomma Cas rimane così affascinato da Anna che vacilla nel suo essere quello che è e nel fare quello che fa. E l’ho trovato molto bello nella sua semplicità.

La storia d’amore impossibile per eccellenza riesce a scampare allo scontato e al diabetico, una storia di fantasmi, con corredo di rito satanico e casa abbandonata/misteriosa funziona molto bene e tutti i personaggi sono ben delinenati e credibili o, almeno, hanno il loro spazio ben definito. Tutto fila liscio fino al ca*** di finale! Si può dire che questo sia concluso per un verso, ma rimaniamo a bocca asciutta per quanto riguarda il 50% di quello che ci interessa sapere.

Non mi resta che leggerlo in inglese, nel mio inglese arruginito, mettendoci settimane, mesi forse… ma io lo farò. Ce la posso fare.

 

Joy: la Notte di Oscar #2

JoyfilmposterContinua la tirata sui film candidati agli Oscar e dopo aver parlato di The Revenant volevo soffermarmi su un’altra pellicola.

Questa non è candidata come miglior film, ma per una categoria che mi sta ugualmente a cuore: Miglior Attrice Protagonista. E ovviamente l’immensa Jennifer Lawrence è la candidata. Il film di cui sto parlando è Joy e Lawrence ha già vinto un Globe per la categoria, quindi…

Però non diamola già per vinta, anche se io l’Oscar glielo darei, ma io sono di parte, tanto.

Ma parliamo del film.

Come al solito voglio aprire una parentesi: Se leggo un’altra recensione che nomina Cenerentola mi incazzo!!!!! Ragazzi ma perché dobbiamo sempre fare associazioni così banali e sessiste? Ma perché secondo voi paragonare una donna a Cenerentola è un cazzo di complimento!?!?!?!

No.

Innumerevoli recensioni parlano del personaggio di Joy Mangano come la Cenerentola dei giorni nostri. Io non so se alla Mangano il paragone piace o se gliene  frega quantomeno qualcosa, a me non garba. Comunque.

La trama è ispirata alle vicende, in parte vere, di questa donna, inventrice del Miracle pop, il Mocio per noi italiani. Beh, quando ho messo in atto la mia opera di convincimento per farmi portare a vedere il film certo non mi ha aiutata come cosa, e devo dire che in effetti:

-Mi porti a vedere Joy?-

-E di che parla?-

-Della tipa che ha inventato il Mocio.-

Insomma, mi sono guadagnata un’alzata di sopracciglio. E ci sta.

Non sapevo cosa stavo andando a vedere, a me interessava solo Jennifer, l’immensa Jennifer. E, almeno su questo, le mie aspettative non sono state deluse. Perché è lei che tiene in piedi tutta la baracca, d’altronde come il personaggio che interpreta. La Lawrence è una fuoriclasse. Per me una garanzia, per O. Russell è una garanzia, mi basta.

La storia proposta dalla pellicola è in parte vera, cioè il come sono andate di base le cose c’è, in parte è rivisitato in chiave favolistica, con i tipici toni de “Il Sogno americano”, con gli improbabili e casinisti membri della famiglia, ma è una cosa che funziona solo all’inizio, almeno fino a metà film.  Per il resto il ritmo non incalzante, la monotonia, fa sentire una certa pesantezza che ci accompagna fino alla fine, riuscendo a strapparmi a malapena un sorriso di soddisfazione al termine.

Con questo film O. Russell non ha eguagliato, anzi non si è proprio avvicinato, allo stile di Il Lato Positivo e American Hustle, siamo proprio fuori traccia. La storia è sicuramente degna di essere raccontata ma, probabilmente, senza l’ausilio della componente favolistica, creata dalla scelta della voce narrante della nonna, e la componente romantica dei ricordi, i flash, e la scelta della neve come elemento significativo, sarebbe stato ancora più piatto.

*PPz il film*: Trash vittoriano #2

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Giovedì 4 febbraio è uscito nelle sale il tanto atteso Orgoglio e Pregiudizio e Zombie e io ieri sono andata a vederlo come promesso. Ci ho provato a non essere impaziente, emozionata e trasudante di aspettative, così come non lo ero stata per il libro, ma stavolta la faccenda era diversa perché sapevo di cosa stavamo parlando.

“Non può che essere una merda.” Mi dice A. ma io non voglio credergli, non  del tutto. E invece…

Eravamo in tre, tre donne e tre fan, ma alla fine eravamo una schifata, un’indignata e un’addormentata. Ma partiamo dall’inizio.

Entriamo nella sala con il nostro bicchierone di caramelle e siamo sole. Oscuro presagio? Per un momento l’ho pensato, ma continuavo a ripetermi: “non è possibile che siamo le uniche tre sciroccate che sono venute a vederlo, che ci hanno creduto.” Per fortuna non è stato così. A luci già spente, durante i trailer, arriva una frotta di gente, non tantissima, diciamo una trentina di persone. Ok, ci sta, al cinema c’erano due sale con The Hatefull Eight. Ma c’era un’altra cosa che non avevo calcolato: la gente ha gusti dimmerda.

Bene, comincia il film. Una cavalcata sullo Hingam Bridge e già mi si spostano i nervi. Dove diavolo è la mia battuta di apertura!!!!! “È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno zombie in possesso di un cervello debba essere in cerca di un altro cervello?!”  Ah, eccola, ok. Siamo positivi.

Parte la prima scena degna di nota: fa la sua apparizione Mr Darcy. Ed è un No secco. No! Già dopo pochi minuti il film ha perso per me tutta la sua attrattiva, il personaggio di Darcy (scusa Sam Riley) mi appare insulso. Ma ok, magari dopo sfoggerà uno sguardo intenso seguito da una battuta alla Mr Darcy (vero!) e io me ne innamorerò, o almeno gli darò un’altra chance. Volete lo spoiler? Se non lo volete smettete di leggere ADESSO! Non accade.

Andiamo al sodo.

Darcy entra in casa di una tipa perché ha sentito di un precedente attacco zombie “avvenuto nel corso di una partita di carte” e deve controllare che nessuno sia stato infettato. Il “metodo Darcy” è liberare nella stanza un cumulo di mosche che “è scientificamente provato” si attaccherebbero immediatamente a colui il cui corpo è in fase di trasformazione e, quindi, carne morta/in putrefazione. Ok. Devo ammettere che nella scena immediatamente seguente il film acquista un paio di punti. Le mosche si fermano e tutti si voltano, atterriti, a guardare il tipo che sta giocando a carte proprio al fianco di Darcy, che con una mossa fulminea rompe un bicchiere di cristallo, trafigge lo zombie e in un cambio di prospettiva lo vediamo che ci squarcia la gola. Mi è piaciuta l’improvvisa scossa data alla scena e l’effetto di scambio del punto di vista e, come è successo più avanti, il sonoro ha aiutato.

Dopo questa “chicca” c’è una fumettistica spiegazione di come sia iniziata l’epidemia zombie che tuttavia mi è apparso un espediente comodo.

Dopodiché entriamo in casa Bennet dove le cinque sorelle stanno lucidando le proprie armi. Allora, non tanto questo, perché è anche una cosa carina, ma il signor Bennet. È vero che ormai ci troviamo il cast de Il Trono di Spade sparso un po’ da per tutto, però cazzo, Tywin Lannister con quella parrucchetta bionda fintissima in testa no! È davvero poco credibile.  La signora Bennet l’ho odiata subito, pessima. Non mi ci soffermo neanche, sennò qua non si finisce più. Continuiamo.

Arriva la famigerata serata del ballo e qui è il punto di non ritorno. Invito a vedere sinonimi e significati di PUERILE. Perché è l’aggettivo che accompagnerà da adesso tutto il film.

Bingley sembra un idiota, ma veramente. Il suo personaggio originale è invece ingenuo, ma puro, e non si presenta così, non esiste, il suo atteggiamento nel film fa capitombolare tutti i, seppur ridicoli, ideali e comportamenti dell’Inghilterra vittoriana, e di quella postuma e precedente. No. Bocciato subito. La presentazione iniziale di Bingley, nel suo modo affettuoso, tanto da essere reputata fuori luogo da Darcy, nel libro ci presenta debitamente una personalità di cui afferriamo subito la bonaria natura, mentre qui mi è sembrato Troy Bolton al ballo scolastico. Insomma scena degna di High School Musical.  Le vicende procedono a ritmo veloce e scialbo, i punti cardine della storia vengono a malapena sfiorati e malamente dirottati, per non dire plasmati, per un target di young adult. Un momento alla The Walking Dead prova a scuotere la situazione senza riuscirci e dico subito che il resto degli insignificanti momenti sul tema che seguiranno (molto pochi) sono davvero insulsi e non intaccano il ritmo o il clima pallosissimo degli accadimenti. Sono stati molto più interessanti i trailer. Negli scontri con gli zombie non c’è mai stata vera battaglia, le scene non impressionano, non generano tensione, orrore, suspense, niente. Alla fine sono inutili, non sono inseriti nella trama, il connubio ne è uscito perdente nella pellicola.

Al mio paese si dice “arronzare” i fatti. Ed in quanto ad “arronzare” i fatti questa pellicola ha esagerato. Dal ciuffo da bello e dannato (ma dove?) di Darcy, che quando recita le battute più significative sembra che stia ripetendo a memoria e in modo compito le battute del copione, ad Eliza, con quella perenne boccuccia semi-dischiusa e sospirante che mi ha infastidita tutto il tempo facendomi dimenticare perfino di quale personaggio stiamo parlando. Io sono una donna del XXI secolo e la tensione sessuale voglio fiutarla nell’aria, non vedermela sbattuta in faccia come se fossi una dodicenne. Il contegno e il suo essere apparentemente anaffettivo del NOSTRO Mr Darcy sono assolutamente travisati, un sogno lontano e neanche minimamente, lontanamente sfiorato dall’interpretazione del Darcy di noi altri.

E da ciò faccio un salto in avanti alla scena in cui mi sono saltati i nervi e ho DESIDERATO uscire dalla sala e andare a vedere il film di Tarantino. Lo scontro tra Darcy ed Eliza nel salotto del signor Collins (pardon, il Pastore Collins noto anche come l’undicesimo Doctor Who, l’unica punta di humor che si salva nel film) mi ha fatto cadere le braccia. I due sfogano letteralmente la loro “frustrazione sessuale” con le arti marziali. Nel libro è una scena spassosa, ma a vederla… ma non è la cosa peggiore. Eh già. Il litigio è a seguito della scena suprema, la più importante, il pilastro di Orgoglio e Pregiudizio. Ovvero la dichiarazione di Darcy e lo sfogo sul conflitto interiore da lui provato e dichiaratamente superato a fatica che rivolge ad Elizabeth. Il risultato? Una FALSA, FALSISSIMA e IMBARAZZANTE prova. QUI SONO MORTA DENTRO. Questa non puoi cambiarla. Va bene il contorno di lotta, ma così no. La dichiarazione di Darcy, o meglio, la messa sul piatto verbale, mentale, ideologica e morale tra lui ed Elizabeth possiede una ricchezza di sfumature in cui c’è tutto il significato del romanzo.  E poi lui va a casa di Collins e Charlotte dopo,  solo per scusarsi e darle la lettera. E invece mi hanno propinato un minestrone! Perché cazzo fare un mix con due scene pilastro del libro! Perché?!?!?! Tutte le scene chiave si schiantano inevitabilmente sul pavimento e vengono sfracellate come i crani degli zombie.

E Wickam…ne vogliamo parlare? No, vi prego.

L’ingrediente di un film può non essere una trama credibile, ma gli attori DEVONO esserlo. Specialmente in questo contesto, sennò devi essere consapevole che stai mettendo su pellicola lo schifo e non ti importa. Ma dico io, Natalie Portman! Sei una delle mie attrici preferite (e produttrice del film), una grande fan del libro e mi fai questo?! Ma li hai pagati 50 euro a testa a sti’ qua? Basta.

Mi è sembrato di vedere lo Scary Movie di Orgoglio e Pregiudizio.

Trash epico #1

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Ieri sera mi sono imbattuta per caso in Troy mentre cenavo con la mia coinquilina M.M. e ho avuto un’epifania, ovvero inventare una nuova categoria in cui straparlare: Il Trash epico. Con il termine Trash epico intendo quelle pellicole cinematografiche ispirate ai grandi avvenimenti storici o leggendari che, ok grazie adesso ho un quadro più lucido della situazione, ma sono inciampati e, a volte, vergognosamente capitombolati verso il baratro del trash o kitsch qualsivoglia. Prima di tutto, per non parlare troppo a vanvera, ho cercato di capire cosa veramente si intenda per Trash cinematografico.

Non voglio essere prolissa o rompi coglioni, è solo per delucidazione, perché anche se scrivo stronzate almeno prima mi informo. Comunque.

Il primo di una lunga serie che seguirà è proprio Troy, colpevole, a distanza di dodici anni, solo di essere stato trasmesso su Italia Uno ieri sera e di essere stato beccato dalla sottoscritta.

Sembra ieri che mio padre me lo propinava all’ora di pranzo, la sera quando non faceva niente di interessante alla tv o semplicemente perché non aveva un mazza da fare quel di domenica pomeriggio del periodo “disoccupazione cronica”. Addirittura forse sono stata portata al cinema. E invece, permettetemi un “cazzo!”, sono passati ben 12 anni. Mio dio, non gliene avrei dati più di dieci. Certo, non si può calcolare l’età media di un film in base all’aspetto di Brad Pitt. “Ma no, è invecchiato anche lui, fidati.” Mi dice M.M. dopo averlo googlato (si scrive così?). Bo. Mah, io vedo solo un po’ di barbetta. Sapete però dove ho capito davvero quanto tempo è passato dal battesimo della pellicola? Da Garrett John Hedlund, dall’ ottobre 2015 anche soprannominato “il Capitan Uncino più arrapante della storia del cinema”. Egli, nel ruolo di Patroclo, aveva questo caschetto biondo, corredato di treccina, inguardabile. Aveva solo diciannove anni. È venuto su bene il ragazzo.

Comunque, mentre riguardavo Troy per la 76esima volta, mi è venuta in mente un’altra categoria di articoli: il Trash Epico. Parliamone.

Appurato che il termine Trash può apparire errato nel modo in cui intendo usarlo, lo userò lo stesso, perché sì. Non dico che Troy è un film di “matrice dilettantesca” o “di cattivo gusto”, dico solo che è un film che tratta di un tema “epico” e insomma… diciamocelo, è sempre una grande prova da affrontare. Quindi diciamo che Troy è kitsch perché “inconsapevolmente tradisce le intenzioni artistiche e ottiene nei fatti un risultato scadente e patetico se raffrontato al modello di riferimento”. Ma diamine, stiamo parlando dell’Iliade! Come modello di riferimento è inespugnabile come le alte mura di Troia.

Sta di fatto che, come suddetto, l’ho visto 76 volte. E non mi stanca. Vuoi perché io e mio padre ci divertiamo a prendere in giro Orlando Bloom, vuoi perché, alla fine, vedere film del genere fornisce una certa dose di auto-compiacimento. Io l’Iliade l’ho “studiata” al liceo e per fortuna ho papà che è un grande esperto e la nostra libreria se ne cade di romanzi del sommo Valerio Massimo Manfredi. Io in verità ho letto solo l‘Iliade di Baricco e mi è piaciuto e mi basta anche. Però dai, voglio essere ottimista, secondo me certi film possono fungere in maniera alquanto funzionale da supporto, quantomeno emotivo, all’apprendimento di certi argomenti. Se dai in mano un libro di epica a forma di ferma-porta ad un adolescente… devo continuare? Magari incuriosiscilo parlandogli del film, ho visto compiersi miracoli, davanti ai miei occhi, quando uscì il film Alexander con Colin Farrell proprio mentre al liceo trattavamo l’argomento. Ma di Alexander, soprannominato anche da papà “l’uomo dal capello fonato”  parleremo un’altra volta.

Tornando a Troy, alla fine il succo c’è, ma fate attenzione se volete fare i fighi e tirarvela perché ci sono dei particolari tralasciati dal film che sono molto importanti. Primo, ragazzi, la guerra di Troia è durata dieci anni! Non una settimana come sembra nel film. E in questi dieci anni ne succedono di ogni e alla fine le dinamiche sono del tutto diverse, per non parlare dell’assenza totale degli dei che invece giocano un ruolo FONDAMENTALE che è, tra l’atro, il pilastro di tutta la filosofia di vita di sti’ qua. Riflettevo anche che, nonostante le sue carenze e gravi discrepanze dal mito, per esempio mio padre ha preso sul personale il fatto che nel film Diomede non venga neppure lontanamente citato, alla fine tra faccia-a-faccia hollywoodiani e la storia d’amore improbabile tra Achille lo sborone (ma alla fine dai è una persona seria) e Briseide (che poi magari Apollo si è incazzato per colpa tua perchè l’hai data al primo greco che hai visto) almeno uno potrebbe essere spinto a cercare informazioni sulla pellicola e magari su “come sono andate veramente le cose”, magari nell’intenzione di volersi illecitamente appropriare di una frase ad effetto “alla Achille” da postare poi su facebook o per sbavare sul frame in cui si vedono le chiappe di Brad (su cui, Dio mi fulmini se mento, io non sbavo neanche un pochino). Eh.

In conclusione, il trash epico resta comunque epico e a noi (non abbiate la puzza sotto al naso) piace.

La notte di Oscar #1

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La notte di Oscar si avvicina per l’88esima volta, il 28 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, su Sky in diretta per i fortunelli e su Cielo (si spera) il 29 mattina.

La mia intenzione non è recensire ma, semplicemente ed ignorantemente, scrivere quello che penso senza regole di sorta, altrimenti mi sbattevo su My Movies.

Diamo qualche numero.

Oscar verrà consegnato nelle sue piccole fattezze a 24 carati il 28 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles. Neanche a dirlo The Revenant si candida con ben 12 nomination, seguito da Mad Max: Fury Road con 10, The Martian con 7 e 6 per Spotlight.

Veniamo a noi.

Il primo film di cui voglio parlare è il sommo The Revenant.

Apro subito una parentesi: mi fa piacere che dopo quarant’anni Stallone torni a concorrere, però se gli danno l’oscar come miglior attore non protagonista allora diamo eccezionalmente la statuetta anche all’ innominato indiano che cerca la figlia in The Revenant. Chiudo parantesi.

Signor Iñárritu io mi prostro ai suoi piedi, a quelli di Lubezki e all’immensità delle riprese. Mentre vedevo il film ho provato un selvaggio desiderio di essere regista e in un secondo e mezzo ho rimpianto l’essere laureata in storia dell’arte. Io le voglio bene. E voglio bene anche a Di Caprio, ma più per abitudine a questo punto. Apprezzo lo sforzo, hai lavorato in condizioni assurde e ti è venuta la bronchite e la febbre. Ma più dell’apprezzamento e dell’ammirazione della folla acclamante… non avrai altro. Mi dispiace, ma è la dura verità. Poi se (stavolta) lo prendi l’Oscar a me fa piacere, sei uno dei miei attori preferiti e sei oltremodo cazzo-bravo, ma ho parecchie riserve e poi c’è Trumbo (Bryan Cranston). I momenti di riflessione spirituale, del sogno, si alternano a piani sequenza estremamente coinvolgenti, tant’è che io, in prima fila di quel sabato al cinema, stavo per vomitare come sulle montagne russe. Il ritmo è serrato ma pesante allo stesso tempo, ad un certo punto mi interessava di più cosa avrebbe fatto Tom Hardy e il suo compare dalle sopracciglia assurde (che abbiamo avuto modo di deridere…pardon, conoscere in Maze Runner). E poi c’è un contagio da “americanata” bella e buona: no, non mi dimentico che la storia di Glass è vera e che c’è un libro, in cui tra parentesi il personaggio di Hardy non c’è, però quella profusione di ideali da “vero uomo” e promesse da “vero uomo” mi ha stancata subito e, secondo me, non serviva neanche. Abbiamo capito, il concetto è chiaro, è peccato divino ed è disonorevole abbandonare un uomo presumibilmente sul punto di morire… ma che davvero? Che poi Glass, vendetta a parte, voleva solo morire  e invece ritorna non come nuovo ma quasi. La cosa che non ho sopportato più di tutte è stato lo sguardo rivolto allo spettatore del frame finale. No. Magari negli anni Venti. Mi sarebbe piaciuto vedere Glass morire. Non è una cattiveria gratuita, dico per il senso del film. Sarebbe stato un finale migliore e, può sembrare strano, più epico. Perché l’intenzione di Iñárritu era di fare un film epico. No?

Di una cosa però sono sicura, l’Oscar come miglior film è comunque, assolutamente, inevitabilmente tuo.

P.S.

Previsioni

Oscar Miglior Attrice protagonista a Jennifer Lawrence perché è IMMENSA e io la voglio come amica del cuore;

Oscar Miglior Attore non protagonista a Tom Hardy, perché anche tu sei IMMENSO, ma per ben altri motivi;

-no ok, professionalmente parlando è molto valido come attore;

Oscar Miglior Attrice non protagonista… vabbè datelo a Rooney Mara;

*PPz*: il Trash vittoriano #1

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Sono passati sette anni dalla pubblicazione del riadattamento del romanzo della Austen, Orgoglio e Pregiudizio, da parte dello scrittore, fumettista, sceneggiatore, autore e produttore televisivo Seth Grahame-Smith. Nel 2009 vedeva la luce Orgoglio e Pregiudizio e Zombie e il risvolto della copertina già assicurava: “…e presto diventerà un film”. È diventato un film.

Più o meno cinque anni fa sto passando pigramente in rassegna l’offerta editoriale dello scaffale di un supermercato e lo vedo, il movimento è questo: il mio passo va avanti, poi mi fermo e torno indietro. Non posso aver letto bene, no, non è possibile, oh mio dio, ma dai. Ebbene sì, non era uno scherzo dell’immaginazione, il titolo presenta proprio: “Orgoglio e pregiudizio e zombie”. Non. Ci. Posso. Credere. Lo afferro e guardo la copertina. È un tipico ritratto ottocentesco, di come si usava farne all’poca, raffigurante una signorina dal volto deturpato dal processo di zombificazione che travolse l’Inghilterra vittoriana in quel periodo. È già mio. La copertina oltre al titolo appetitoso riporta il nome dell’autore Seth Grahame-Smith preceduto da quello famigerato di Jane Austen come se si trattasse di una reale collaborazione. Lo trovo fantastico e ci credo, voglio crederci.

Non è un modus operandi eccezionale, è così che mi capita quando compro un libro. Il dirigermi carica di aspettative come una bambina a natale verso gli scaffali dedicati in un supermercato, non vi dico quando poi attraverso la soglia di una libreria, è esattamente questo. Lo vedo e scatta qualcosa e per me, che ho studiato arte, la copertina è importante, non vale più di mille parole, ma di cinquecento sì. Può sembrare superficiale giudicare un libro da una copertina, ma a meno che il libro in questione non provenga direttamente dagli anni ’80 io ci tengo! Comunque. Non è solo questo. Lo sfoglio, leggo il primo risvolto e l’ultimo se ci sono o, comunque, la trama e l’introduzione, eventuali dediche, recensioni o commenti, che poi dicono tutto e non dicono niente e va bene, deve essere così. Io non voglio sapere cosa sto comprando e non voglio una predizione sul futuro di come mi sentirò finendolo, voglio essere stuzzicata, presa a pizzichi, scrollata selvaggiamente dalla curiosità. E così è stato. Non sto gridando al capolavoro. Il romanzo è trashissimo e prevedo il trash all’ennesima potenza per il film, ma qui non vogliamo essere delle professoresse di letteratura, io non lo sono, e quindi mi godo il trash, soprattutto quando è credibile (si lo so è un ossimoro bello e buono).

Insomma l’ho letto, tutto d’un fiato, molto più velocemente dell’autentico Orgoglio e Pregiudizio. Attenzione, io sono una fan della Austen ma, so di dire una cosa impopolare, senza il supporto morale e visivo delle trasposizioni cinematografiche è un bel polpettone, lo sono tutti. Sta di fatto che la rivoluzione letteraria portata avanti da questa donna è strabiliante, è uno di quei piccoli eventi eccezionali che di tanto in tanto accadono e fanno essere il mondo migliore, più bello. Le sue sono donne vere, con pro e contro ma non è colpa loro, è la società, però sono donne e, come ha detto Carrisi: “…è la figura femminile che fa la storia, senza la figura femminile la storia non c’è…” o qualcosa del genere (perdonatemi, stavo facendo zappig e l’ho beccato). Sto divagando. Sta di fatto che trovo l’azzardatissimo connubio di romanzo vittoriano e zombie originale quasi quanto deve esserlo stata la scrittura della Austen a suo tempo. Sto esagerando? Forse sì, ma mi entusiasmo perché il cinema può fare qualunque cosa.

Quando ho letto il suddetto libro già sapevo che ne sarebbe stato tratto un film e, considerando che il romanzo è del 2009, sono stata segretamente in trepida attesa e il film sarà davvero nelle sale, proprio a breve, il 4 febbraio. L’hanno fatto davvero. Avrà il seguito mediatico che ha avuto il romanzo a suo tempo? Insomma, diciamolo, chi ha letto il romanzo con una qualche vera briciola di aspettativa? Sarà stata più una speranza disperata. E invece io ne sono rimasta entusiasta. L’Orgoglio e Pregiudizio originale c’è tutto! È questa la cosa strabiliante! Grahame-Smith non ha cambiato una virgola, ha solo aggiunto e il connubio è risultato perfetto. Nel leggere i passaggi fedeli un pacato sorriso vittoriano mi si dispiegava sulle labbra, ma quando incontravo i passaggi “moderni” andavo in brodo di giuggiole. Le donne della Austen sono nate come eroine e quindi azzardo, ma lo faccio, con il dire che forse per ricordarcelo oggi abbiamo bisogno che esse si impongano a forza di evisceramenti e decapitazioni, il messaggio è lo stesso. E sono andata in brodo di giuggiole quando ho visto i primi teaser. Nessuno potrà impedirmi di essere seduta su quella poltrona il 4… no il 4 è giovedì, il 6 febbraio! Non ho alte aspettative, anzi, non ne ho per niente. Ma. Io. Voglio. Devo. Vederlo. È un: “ai giorni nostri tutto può succedere” o un contemporaneo “se puoi sognarlo puoi farlo” da ripetere con la bocca strabordante di pop-corn.

Questi sono i giorni in cui, soprattutto il cinema, sta davvero prendendo una piega nuova. Tuffarsi nelle favole alla ricerca del “cattivo” o del “come sono andate davvero le cose”… penso a Pan, Maleficent (anche se non mi ha entusiasmata), Alice in Wonderland e ancor prima a Red Riding Hood (cappuccetto rosso sangue nella versione italiana). Ma, ritornando nello specifico a Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, quello che di più mi affascina è la ritrovata ucronia nei romanzi. L’ucronia (o storia alternativa) è l’ingrediente principale di una narrativa “fantastica” basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale. Nel nostro caso l’ucronia è assimilata al romanzo storico. Ovviamente non è la prima volta che succede, la letteratura del Novecento, soprattutto quella post-seconda guerra mondiale conta il maggior numero di esempi, ma seguendo un filo di Arianna possiamo notare come nell’ultimo ventennio siano stati i romanzi della Austen, più precisamente la coppia Darcy/Elizabeth quella più gettonata. Qualche esempio? Steve Hockensmith ha scritto il prequel e il sequel di Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, Dawn of the Dreadfuls e Finché morte non vi unisca, Pulse and Prejudice: The Confession of Mr. Darcy, Vampire di Colette L. Saucier, Vampire Darcy’s Desire: A Pride and Prejudice Adaption di Regina Jeffers, Il Diario di Mr. Darcy di Amanda Grange e i più orientati sul thriller/giallo Morte a Pemberley di P. D. James e la saga di Carrie Bebris che vede la famigerata coppia Darcy/Elizabeth alle prese con misteri e casi da risolvere, per non parlare dello spazio (graditissimo) che è stato dato alla sorella sfigata Mary Bennett da Coleen McCullugh in L’indipendenza della signorina Bennett. Ora, mi sono orientata su questo genere ma ci sarebbero da scrivere enciclopedie al riguardo e qualcuno esula dalla pura ucronia e si diverte semplicemente a sviluppare un tema/storia di una coppia immortale di cui non ci stancheremo mai di leggere. Sta di fatto che è uno stile che sta prendendo piede e che mi garba perché lo trovo divertente e sopperisce alla insana esigenza di sapere cosa è successo dopo. Ormai nel XXI non ci si accontenta più del “vissero felice e contenti” e il matrimonio è per noi (per me) un finale inconcludente * o se proprio due persone devono decidere o capire nello stesso istante in cui si guardano che devono stare insieme for ever and ever che almeno lo facciano mentre combattono per la vita a suon di sbudellamenti e crani fracassati. Vogliono farci credere che è insito in noi donnicciole quel gusto antico e patetico per il romantico, ma non è vero, ci aggrada (anche segretamente) vedere un po’ di azione.

Prossimamente sapremo se è stato meglio il film o meglio il libro o, in questo caso specifico, se Seth Grahame-Smith avrebbe fatto meglio a farsi i cazzi propri.

P.S.

Io non sono pro-vampiro, no, no, no. Forse perché ne ho visti e “letti” anche troppi nel corso della mia ancora breve vita e per me l’unico e solo rimarrà Gary Oldman (a buon intenditor poche parole), però amo la rivisitazione e se i vampiri non sono mollicce amebe ma il vero specchio di una profonda, selvaggia, originaria, straziante e VERA dicotomia interiore a proposito di bene e male, di istinto e di pensiero, allora ben vengano, perché il cattivo ha sempre qualcosa in più da dire. Ma di questo ne parleremo un’altra volta.