Il racconto dell’ancella_ Margaret Atwood

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Vorrei che questa storia fosse diversa. Vorrei che si svolgesse a un livello più elevato. Vorrei che mi facesse apparire se non più felice, almeno più positiva, meno esitante, meno distratta da cose banali. Vorrei che avesse una struttura più equilibrata. Vorrei che parlasse d’amore, o di improvvise percezioni importanti per la propria vita, o anche di tramonti, di uccelli, di temporali, di nevicate.

Forse parla anche di questo, in un certo senso; ma in una rete intessuta di bisbigli, di supposizioni, di segreti insondabili, di parole non dette, di movimenti sotterranei e misteriosi. E c’è tanto tempo da sopportare, pesante come cibo fritto o fitta nebbia; avvenimenti fiammeggianti come esplosioni, per strade altrimenti decorose, placide, sonnolente.

Mi dispiace che ci sia tanto dolore in questa storia. Mi dispiace che sia a frammenti, come un corpo preso n un fuoco incrociato o smembrato a forza. Ma non c’è nulla che possa fare per cambiarla.

Ho cercato di metterci alcune cose buone. I fiori, per esempio, perché dove saremmo senza di loro?

Ciononostante mi fa male raccontarla più e più volte.

Una bastava: non mi era bastata una volta, a suo tempo? Ma continuerò questa triste, arida, squallida storia, zoppicante e mutilata, perché voglio che tu la senta, come sentirei la tua se mai ne avessi l’occasione, se ti incontrassi mentre fuggi nel futuro o nel cielo o in prigione o sottoterra, ovunque. Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Io non so se sia il caso di aggiungere altro. Come che «molti sostengono che sia una lettura di vitale importanza nell’era di Trump, forse più preveggente e forte di 1984» come campeggia sula copertina della nuova edizione di Ponte alle Grazie , o il fatto che questo romanzo sia stato pubblicato per la prima volta nel 1985… io credo che sia evidente come la Atwood abbia creato per noi questa testimonianza, rendendocela come se l’avesse stillata dalle labbra di un deportato, di un sopravvissuto ai campi di sterminio, di un testimone fuggito da un qualunque paese in guerra assediato da un regime totalitario assurdo.

Questa, o le altre, sono sempre letture di vitale importanza. Forse se avessimo la costanza di ricordare… definire questa lettura di vitale importanza nell’era di Trump significa sminuire… sfido ogni lettrice a non sentire nell’angolo più profondo di sé stessa una sorta di angoscia primordiale. Certo questo è il femminismo più radicale e cinico, nel racconto stesso la Atwood lo personifica nella madre della protagonista.

Per affrontare questo romanzo si ha bisogno di tutti i sensi: il gusto, l’olfatto, la vista, il tatto, l’udito… insieme a quelli della protagonista anche i nostri si fanno acuti, noi ci tendiamo per afferrare le immagini e le particolari associazioni che ci propone Difred nel suo monologo, anzi stream of consciousness. La lettura diventa un gioco misterioso e segreto, uno scambio di informazioni eccitante e pericoloso e il fiato resta sospeso perché come lei non sappiamo cosa accadrà parola dopo parola (detta o non detta) e sguardo dopo sguardo.

 

«Some books haunt the reader. Others haunt the writer. The Handmaid’s Tale has done both».

 – The Guardian 20 gennaio 2012
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The Selection_ Kiera Cass

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Era tempo che volevo affrontare questa lettura, ero un po’ restia, come lo sono sempre quando si tratta di una saga, specialmente già esaurita, o quasi, perché vuol dire affrontare qualcosa che ha già esaurito il suo potenziale e che ha avuto modo di crearsi un certo seguito tra i lettori. Conoscevo la saga della Cass, fenomeno letterario del filone distopico “per ragazzi” che per me è sempre un argomento un po’ tabù. Ho un’idea ben precisa, per fortuna, di ciò che voglia dire romanzo distopico o “ucronico” e certo spero sempre di incontrare un Orwell di noi altri, ma ci vado con i piedi di piombo.

Oltre alle motivazioni “letteralmente” serie, ce ne sono altre di impronta più egoistica e personale: confesso che la sottoscritta muore “letteralmente” per Hunger Games. E quindi capirete che per me è difficile, molto difficile. Il mio cuore, in questa landa desolata di “coevi” romanzi distopici, in questa valle di lacrime di tragedie là e triangoli amorosi qua, è già occupato e il mio universo personale e selettivo ha scelto Katniss Everdeen.

Ma mi sono buttata, se voglio fare bene il mio “lavoro” devo leggere tutto e non senza pregiudizi, quelli servono bene al mio fine.

E quindi mi armo di buone intenzioni e faccio la conoscenza di America Singer.

TRAMA

Uno spettacolo sfavillante come un diamante. Una competizione feroce come la vita. Un gioco pericoloso come l’amore. Molti anni dopo la Quarta guerra mondiale, in un Paese lontano, devastato dalla miseria e dalla fame, l’erede al trono sceglie la propria moglie con un reality show. Spettacolare. Così, per trentacinque ragazze la Selezione diventa l’occasione di tutta una vita. L’opportunità di sfuggire a un destino di fatica e povertà, di conquistare il cuore del bellissimo principe Maxon e di sognare un futuro migliore, un futuro di feste, gioielli e abiti scintillanti. Ma per America Singer è un incubo. A sedici anni, l’ultima cosa che vorrebbe è lasciare la casa in cui è cresciuta per essere rinchiusa tra le mura di un palazzo che non conosce ed entrare a far parte di una gara crudele. In nome di una corona – e di un uomo – che non desidera. Niente e nessuno, infatti, potrà strapparle dal cuore il ragazzo che ama in gran segreto: il coraggioso e irrequieto Aspen, l’amico di sempre, che vorrebbe sposare più di ogni altra cosa al mondo. Poi, però, America incontra il principe Maxon, e la situazione si complica. Perché Maxon è tutto ciò che Aspen non sarà mai: affascinante, gentile, premuroso e immensamente ricco. E può regalarle un’esistenza che lei non ha mai nemmeno osato immaginare. The Selection è un romanzo straordinariamente romantico e avvincente che trascina le lettrici nel vortice di una storia d’amore impossibile.

Come ho detto conoscevo la trama, ma rispetto alla promessa del riassunto è abbastanza meno. Mi spiego meglio. Che la competizione sia effettivamente feroce, anche no, perché a parte delle ragazzine capricciose e odiose che ti strappano il vestito -stile sorrellastre di Cenerentola- e che ti versano del cacchio di vino addosso, niente di più. Ovviamente c’è un po’ di sana competizione, ma è questo che non va, che la competizione sia sana. Ovviamente la nostra protagonista è la porta-bandiera del politically correct, non conosce “la regola dell’amico” che non sbaglia mai e si butta in un incubo -improbabile per noi lettori da riuscire a vedere come tale- per il bene della sua famiglia. E poi, poco male, mentre sei lì a farti fare trucco, parrucco e vestiti di alta sartoria, la tua famiglia in difficoltà riceve pure dei soldi, a prescindere dalla tua permanenza, è come dire andare a fare la testimonial per qualche mese e poi tornare a mangiare cibo spazzatura sul divano, a sederti a gambe incrociate a tavola e a bere birra con gli amici ruttando liberamente. Ci ho pensato, per qualche mese potrei farlo pure io e senza farmi venire attacchi di panico. Quindi keep calm America Singer, che poi mi pare ti stia pure piacendo. Eh.

E poi l’eterno bivio: due cuori e una capanna o sicurezza e stabilità? Ingrediente interessante anche questo, speriamo che non scada.

Protagonisti:

E non mi piace sto nome, lo dobbiamo cambiare (se c’è qualche fan di Gomorra, immaginatevelo come lo direbbe don Pietro).

America Singer&Co.

Si, può sembrare sciocco, ma sto nome lo odio. E non è il solo, l’autrice deve avere proprio un deficit di nomi, perché sono uno peggio dell’altro. Maxon Schreave (ma come si pronuncia?!), Aspen (che fa tanto soap opera latino-canadese) Leger (ma come si pronuncia!?!?! Come il pittore francese?!?! No????). Andiamo avanti. L’ho trovato uno scalino un po’ faticoso da salire per la mia fantasia, non so perché, è come quando non ti garbano le persone a pelle. Vabbè.

Dopo un po’ ho iniziato a leggerli a mente a cacchio e sono riuscita a proseguire fluidamente la lettura.

Avrei gradito…

Il contesto post-quarta guerra mondiale non è abbastanza presente (almeno in questo primo episodio) e poteva essere interessante, come traspare -molto tra le righe- da alcuni passaggi in cui si intende che la verità della storia sia stata volutamente oscurata alla popolazione. Questo mi ha incuriosito e spero venga seriamente approfondito, perché non disdegno un pizzico di intreccio politico.

Spoiler

Ci viene presentata la famiglia Singer e, stranamente, non ho provato vergogna o ribrezzo per alcun membro della famiglia. Il padre e la madre di America mi hanno ricordato il signore e la signora Bennet e quindi un piccolo aiutino alla mia fantasia. Ancor più stranamente non ho odiato al primo aggettivo la protagonista, l’ho trovata sobria, coerente, ma già l’averla trovata sopportabile mi è bastato. Ce la possiamo fare dunque.

Aspen è insopportabile. Fa promesse e spezza cuori, butta la protagonista praticamente tra le braccia di un altro, ma quando l’ego si fa sentire ecco che la riprende all’amo. No, no, no, fatti una vita Aspen.

Maxons ha una personalità pari a 0, tipico principe, un po’ represso, un po’ scemo, ma grande cuore, giusto dentro e fuori, idealista, innocente, forse un po’ ingenuo. Rispetto al carattere impetuoso e da bad boy di Aspen, Maxons è un merluzzo. Per adesso mi dispiace per America Singer, non saprei proprio a chi votarmi… certo Aspen fa più sesso e, sono stata anche io sedicenne, c’era quello carino e dolce che ti faceva tenerezza, ti faceva sentire bene e te stessa, e c’era quello scapestrato, forse con la sfera emotiva di un caprone, ma che ti faceva rizzare i capelli sulla nuca. Vedremo chi la spunterà…

E poi….. ah, ci avrei scommesso il mio kindle già al secondo capitolo che America si sarebbe ritrovata Aspen tra i piedi. He He He Cass furbacchiona.

Vorrei aprire una parentesi, quella dell’escamotage sessuale. Si, avete capito bene. Tra America e Aspen OVVIAMENTE c’è grande passione, ma OVVIAMENTE c’è un ostacolo. Avete presente un certo duo che non può farlo perché lui è troppo vampiresco? E un altro milione di esempi in cui lui è troppo rispettoso, estremamente rispettoso tanto da volergli o dovergli tirare immediatamente una ciabatta in mezzo la fronte??? Ecco, in The Selection ho trovato un escamotage interessante, o che comunque non mi era mai capitato, semplice, ragionevole: controllo delle nascite. Non mi è servito sapere altro. Chiusa parentesi.

In conclusione il libro si legge in modo veramente scorrevole, non mi sono mai annoiata. Succede abbastanza, non quel nulla disarmante, solo fumo e niente arrosto, ma quello che basta per spingermi a proseguire la lettura. E’ quasi una lunga premessa, quindi ci risentiremo prossimamente.