La città di sabbia_ Laini Taylor

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Secondo capitolo della saga Daughter of Smoke and Bone e la Taylor non si smentisce. Ho elogiato poeticamente La chimera di Praga e sono contenta di averlo fatto, di averci creduto e sperato…. e La città di sabbia non mi ha deluso.

Trama

Karou ha finalmente le risposte che ha sempre cercato. Sa chi è e cosa è. Ma, insieme a questa scoperta, un’altra verità affiora in superficie, una realtà che la ragazza farebbe di tutto pur di ignorare: ha amato un ragazzo che le è nemico, lui l’ha tradita e per questo il suo mondo è sconvolto. Ora, in una kasbah dimenticata nel deserto del Marocco, Karou e i suoi alleati si preparano a uno scontro definitivo contro l’armata dei serafini e sotto la luce delle stelle plasmano le Chimere più forti e spietate di sempre. Akiva, legato dall’appartenenza all’esercito degli angeli, ma gravato da un profondo conflitto interiore, inizia a progettare un altro tipo di battaglia: quella per il riscatto. Per la speranza.

L’inizio è indubbiamente più lento del precedente, ma serve a caricarlo di una forza inaspettata anche ai più fedeli.

Laini Taylor è una vera scrittrice. Può sembrare un’affermazione ovvia e strana nella sua, appunto, ovvietà, ma credetemi non è così. Il suo stile è impareggiabile, la sua scrittura è poetica, attenta, accurata, piena. Ci sono bei romanzi, belle storie, personaggi interessanti…. ma qui la Taylor crea qualcosa di più; con la sua scrittura tutto prende vita, le parole stesse sono vive e potenti.

La storia riprende dopo la scomparsa di Karou ed è Zuzana che apre le danze; la cerca e si interroga sulla sua scomparsa in una Praga presa d’assalto dai giornalisti in cerca di scoop sugli avvistamenti di angeli e della ragazza dai capelli blu. La prima cosa che ho apprezzato è stato dare, con intelligenza, un ruolo importante proprio a Zuze, il cui amore per Karou la farà diventare parte integrante di questa avventura.

L’atmosfera di questo secondo capitolo è sicuramente più cupa e drammatica, da respiri trattenuti, groppo in gola, lacrimoni sotto le coperte. Ma soprattutto culmina con bocche spalancate.

Oltre all’entrata (e ahimè uscita) di scena di alcuni personaggi, l’alternanza delle voci è molto più dinamica; quasi pari spazio è lasciato alla narrazione di Akiva e Karou che si incrociano e si intrecciano fino al momento cruciale. Nuove relazioni si allacciano e ci strappano emozioni, insieme a tragici eventi e momenti di puro dolore e colpi di scena. La trama si fa machiavellica e ricca, i personaggi si fanno più intensi e non si smette di trattenere il respiro per una delle storie d’amore più vere e strazianti di sempre.

Chapeau.

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Shadowhunters_ Cassandra Clare

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Si, lo so, è assurdo che io abbia letto Shadowhunters dopo dieci anni, ma c’è un’ottima ragione: le copertine mi facevano cagare. Oltretutto hanno iniziato a farne diverse a seconda dell’edizione e della casa editrice e io odio ritrovarmi a collezionare una saga dalle copertine diverse, quindi ho pazientemente aspettato, finché la Mondadori non si è salvata in calcio d’angolo proponendo l’edizione che raccoglie i sei romanzi in due volumi.

Ed eccola qui, non è bellissima?

In questo volume, grosso quanto la Bibbia di Gutenberg, sono raccolti Citta di Ossa, Città di Cenere e Città di vetro. 

A mio modesto parere, è stata una gran pensata, non per il formato, perché è davvero poco maneggevole -mi è venuta un’infiammazione al tunnel carpale per tenerlo in mano-, ma per il semplice motivo che leggere la prima trilogia tutta insieme ha una resa pazzesca. I tre episodi contenuti vengono resi molto meglio se letti senza pause. Lo so, questo è un privilegio per chi ha atteso -non immagino l’ansia di dover aspettare che ne esca uno alla volta- perché l’ho letto tutto d’un fiato. Considerando anche che con questi primi tre episodi si chiude un cerchio.

Non vi sciorino le varie trame, faccio io un breve -ci provo- riassunto.

Clary (Clarissa) Fray è un’adolescente che vive a New York con sua madre Jocelyn, ha un migliore amico Simon che per lei è come un fratello (per lei). Una sera decide di entrare in una specie di discoteca chiamata Pandemonium e assiste all’omicidio di un tizio, vedendo perfettamente in faccia i tre ragazzi che lo uccidono. Ovviamente non ci pensa neppure a farsi gli affari suoi, dopotutto chi, alla vista di un omicidio, non insegue il carnefice? Vabbé, pippe mentali varie perché nessuno le crede, semplicemente perché nessuno può aver visto nulla dal momento che Clary non è una Mondana, come le dirà l’affascinante Jace Wayland. Scopre che i tre, tra cui Isabelle Lightwood e suo fratello Alec, sono Shadowhunters e il loro compito è andare a caccia di demoni (e il tizio che hanno ucciso è proprio uno di loro). I due, insieme a Jace, possono rendersi invisibili ai Mondani grazie alle rune tatuate sulla pelle, che conferiscono loro anche altri poteri. Dopodiché c’è un po’ di casino: la madre di Clary viene brutalmente aggredita e rapita. Così Clary inizia a conoscere il mondo degli Shadowhunters attraverso gli occhi e i racconti di Jace, che la porta all’istituto e cerca di aiutarla. Scoprirà che fin da bambina sua madre ha occultato i suoi ricordi e i suoi poteri con l’aiuto di Magnus Bane, il sommo stregone di Brooklyn, da cui si fa portare per saperne di più.

Effettivamente anche se la sintetizzo io la trama è davvero troppo lunga. Vabbè stringo.

Il filo conduttore che apre e chiude questa trilogia è ostacolare i piani di Valentine, nonché padre di Clary, il cui intento è rivoltare il Conclave, artefice degli accordi di pace con le altre creature, ovvero i Nascosti (lupi mannari, popolo fatato, vampiri e compagnia bella) e purificare il mondo creando una frotta di Shadowhunters al suo servizio. Per farlo ha bisogno degli Strumenti Mortali -la Coppa Mortale, la Spada Mortale e Lo Specchio- la cui ricerca scandirà il ritmo dei tre romanzi.

SPOILER, MA NON TROPPO

Per ultimo, ma non meno importante, la relazione che intrecciano Clary e Jace. I due si piacciono subito, lui è bello, misterioso e spudorato, lei ha solo un amico ed è un pò una sfigata, quindi è fatta, niente di nuovo, se non fosse che i due scoprono (o meglio, vengono indotti a pensare) di essere fratelli. ZAN ZAN ZAN. Credo sia il primo incesto letterario che abbia mai letto, credibile, ricco di suspense, incantevole, passionale e pericoloso, ma sono sicura che nessuno ci ha creduto veramente. (non scendo nei particolari perchè è un bel viaggio quello attraverso la loro storia). Ma non importa, perché il ritmo serrato rende tutto troppo troppo coinvolgente per preoccuparsene subito o avere il tempo di rifletterci sopra tra i “non è vero, non può essere” e i brividini che ti prendono quando i due si scambiano tormentatissimi sguardi e incandescenti sfiorate.

Il punto di forza di questo romanzo, oltre ad una trama solida e ben radicata al terrendo di uno dei più accattivanti episodi del vecchio testamento, sono i personaggi: ognuno di loro ha una personalità forte e indipendente, ognuno ha la propria storia.

La VERA PECCA è che tutti, tutti, sono più interessanti di Clary. Si, avete capito bene. E’ praticamente quasi inutile. Conoscete la puntata di Big Bang Theory dove Shaldon fa vedere a Amy Indiana Jones e l’ultima crociata e alla fine lei gli fa notare che con o senza Indi i nazisti sarebbero stati sconfitti ugualmente? Bene, è proprio così per la “protagonista” del nostro romanzo. Non è un brutto personaggio, ma stereotipato e di poco spessore in confronto a tutti gli altri. E’ un vero peccato, anche se verso la fine si risolleva un po’ perché fa EFFETTIVAMENTE qualcosa, bo…. non so.

Jace è il vero protagonista, bello, tormentato, sfacciato, irriverente, forte. Autentico. A mio parere la VERA STORIA è la sua.

Quella di Alec è Magnus è una parentesi davvero coraggiosa -parliamo comunque di dieci anni fa) e sincera, romantica e vera con i suoi dubbi e le sue incertezze, e credo che la Clare sia stata la prima ad infrangere un cacchio di tabù. Quindi clap clap. Il tutto corredato dalla presenza di spirito di un più consapevole Magnus.

Ma senza i batibecchi e le entrate in scena di Simon a questo romanzo sarebbe mancato un ingrediente fondamentale, un ingrediente che ha avuto il giusto spazio, anche più di quello che mi sarei aspettata e ne sono stata contenta.

La prima trilogia è stata divorata con famelicità, ansia, gridolini di gioia nel bel mezzo della notte e mi è anche scappato qualche singulto tra una parolina di Jace e l’altra, quindi sono soddisfatta e posseduta da quel misto di ansia e desiderio al cospetto della seconda parte di questa storia.

Dunque, a risentirci.

P.S. a breve un resoconto sul film, rivisto in occasione della fine della lettura

The Selection_ Kiera Cass

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Era tempo che volevo affrontare questa lettura, ero un po’ restia, come lo sono sempre quando si tratta di una saga, specialmente già esaurita, o quasi, perché vuol dire affrontare qualcosa che ha già esaurito il suo potenziale e che ha avuto modo di crearsi un certo seguito tra i lettori. Conoscevo la saga della Cass, fenomeno letterario del filone distopico “per ragazzi” che per me è sempre un argomento un po’ tabù. Ho un’idea ben precisa, per fortuna, di ciò che voglia dire romanzo distopico o “ucronico” e certo spero sempre di incontrare un Orwell di noi altri, ma ci vado con i piedi di piombo.

Oltre alle motivazioni “letteralmente” serie, ce ne sono altre di impronta più egoistica e personale: confesso che la sottoscritta muore “letteralmente” per Hunger Games. E quindi capirete che per me è difficile, molto difficile. Il mio cuore, in questa landa desolata di “coevi” romanzi distopici, in questa valle di lacrime di tragedie là e triangoli amorosi qua, è già occupato e il mio universo personale e selettivo ha scelto Katniss Everdeen.

Ma mi sono buttata, se voglio fare bene il mio “lavoro” devo leggere tutto e non senza pregiudizi, quelli servono bene al mio fine.

E quindi mi armo di buone intenzioni e faccio la conoscenza di America Singer.

TRAMA

Uno spettacolo sfavillante come un diamante. Una competizione feroce come la vita. Un gioco pericoloso come l’amore. Molti anni dopo la Quarta guerra mondiale, in un Paese lontano, devastato dalla miseria e dalla fame, l’erede al trono sceglie la propria moglie con un reality show. Spettacolare. Così, per trentacinque ragazze la Selezione diventa l’occasione di tutta una vita. L’opportunità di sfuggire a un destino di fatica e povertà, di conquistare il cuore del bellissimo principe Maxon e di sognare un futuro migliore, un futuro di feste, gioielli e abiti scintillanti. Ma per America Singer è un incubo. A sedici anni, l’ultima cosa che vorrebbe è lasciare la casa in cui è cresciuta per essere rinchiusa tra le mura di un palazzo che non conosce ed entrare a far parte di una gara crudele. In nome di una corona – e di un uomo – che non desidera. Niente e nessuno, infatti, potrà strapparle dal cuore il ragazzo che ama in gran segreto: il coraggioso e irrequieto Aspen, l’amico di sempre, che vorrebbe sposare più di ogni altra cosa al mondo. Poi, però, America incontra il principe Maxon, e la situazione si complica. Perché Maxon è tutto ciò che Aspen non sarà mai: affascinante, gentile, premuroso e immensamente ricco. E può regalarle un’esistenza che lei non ha mai nemmeno osato immaginare. The Selection è un romanzo straordinariamente romantico e avvincente che trascina le lettrici nel vortice di una storia d’amore impossibile.

Come ho detto conoscevo la trama, ma rispetto alla promessa del riassunto è abbastanza meno. Mi spiego meglio. Che la competizione sia effettivamente feroce, anche no, perché a parte delle ragazzine capricciose e odiose che ti strappano il vestito -stile sorrellastre di Cenerentola- e che ti versano del cacchio di vino addosso, niente di più. Ovviamente c’è un po’ di sana competizione, ma è questo che non va, che la competizione sia sana. Ovviamente la nostra protagonista è la porta-bandiera del politically correct, non conosce “la regola dell’amico” che non sbaglia mai e si butta in un incubo -improbabile per noi lettori da riuscire a vedere come tale- per il bene della sua famiglia. E poi, poco male, mentre sei lì a farti fare trucco, parrucco e vestiti di alta sartoria, la tua famiglia in difficoltà riceve pure dei soldi, a prescindere dalla tua permanenza, è come dire andare a fare la testimonial per qualche mese e poi tornare a mangiare cibo spazzatura sul divano, a sederti a gambe incrociate a tavola e a bere birra con gli amici ruttando liberamente. Ci ho pensato, per qualche mese potrei farlo pure io e senza farmi venire attacchi di panico. Quindi keep calm America Singer, che poi mi pare ti stia pure piacendo. Eh.

E poi l’eterno bivio: due cuori e una capanna o sicurezza e stabilità? Ingrediente interessante anche questo, speriamo che non scada.

Protagonisti:

E non mi piace sto nome, lo dobbiamo cambiare (se c’è qualche fan di Gomorra, immaginatevelo come lo direbbe don Pietro).

America Singer&Co.

Si, può sembrare sciocco, ma sto nome lo odio. E non è il solo, l’autrice deve avere proprio un deficit di nomi, perché sono uno peggio dell’altro. Maxon Schreave (ma come si pronuncia?!), Aspen (che fa tanto soap opera latino-canadese) Leger (ma come si pronuncia!?!?! Come il pittore francese?!?! No????). Andiamo avanti. L’ho trovato uno scalino un po’ faticoso da salire per la mia fantasia, non so perché, è come quando non ti garbano le persone a pelle. Vabbè.

Dopo un po’ ho iniziato a leggerli a mente a cacchio e sono riuscita a proseguire fluidamente la lettura.

Avrei gradito…

Il contesto post-quarta guerra mondiale non è abbastanza presente (almeno in questo primo episodio) e poteva essere interessante, come traspare -molto tra le righe- da alcuni passaggi in cui si intende che la verità della storia sia stata volutamente oscurata alla popolazione. Questo mi ha incuriosito e spero venga seriamente approfondito, perché non disdegno un pizzico di intreccio politico.

Spoiler

Ci viene presentata la famiglia Singer e, stranamente, non ho provato vergogna o ribrezzo per alcun membro della famiglia. Il padre e la madre di America mi hanno ricordato il signore e la signora Bennet e quindi un piccolo aiutino alla mia fantasia. Ancor più stranamente non ho odiato al primo aggettivo la protagonista, l’ho trovata sobria, coerente, ma già l’averla trovata sopportabile mi è bastato. Ce la possiamo fare dunque.

Aspen è insopportabile. Fa promesse e spezza cuori, butta la protagonista praticamente tra le braccia di un altro, ma quando l’ego si fa sentire ecco che la riprende all’amo. No, no, no, fatti una vita Aspen.

Maxons ha una personalità pari a 0, tipico principe, un po’ represso, un po’ scemo, ma grande cuore, giusto dentro e fuori, idealista, innocente, forse un po’ ingenuo. Rispetto al carattere impetuoso e da bad boy di Aspen, Maxons è un merluzzo. Per adesso mi dispiace per America Singer, non saprei proprio a chi votarmi… certo Aspen fa più sesso e, sono stata anche io sedicenne, c’era quello carino e dolce che ti faceva tenerezza, ti faceva sentire bene e te stessa, e c’era quello scapestrato, forse con la sfera emotiva di un caprone, ma che ti faceva rizzare i capelli sulla nuca. Vedremo chi la spunterà…

E poi….. ah, ci avrei scommesso il mio kindle già al secondo capitolo che America si sarebbe ritrovata Aspen tra i piedi. He He He Cass furbacchiona.

Vorrei aprire una parentesi, quella dell’escamotage sessuale. Si, avete capito bene. Tra America e Aspen OVVIAMENTE c’è grande passione, ma OVVIAMENTE c’è un ostacolo. Avete presente un certo duo che non può farlo perché lui è troppo vampiresco? E un altro milione di esempi in cui lui è troppo rispettoso, estremamente rispettoso tanto da volergli o dovergli tirare immediatamente una ciabatta in mezzo la fronte??? Ecco, in The Selection ho trovato un escamotage interessante, o che comunque non mi era mai capitato, semplice, ragionevole: controllo delle nascite. Non mi è servito sapere altro. Chiusa parentesi.

In conclusione il libro si legge in modo veramente scorrevole, non mi sono mai annoiata. Succede abbastanza, non quel nulla disarmante, solo fumo e niente arrosto, ma quello che basta per spingermi a proseguire la lettura. E’ quasi una lunga premessa, quindi ci risentiremo prossimamente.

 

Io non sono Mara Dyer_ Michelle Hodkin

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Avete presente quel meme in cui l’omino fissa apparentemente rapito e concentrato lo schermo del pc e poi nell’ultima vignetta lo scatafascia per aria?????? Ecco, tale è stata la mia reazione alla fine di questo romanzo.

TRAMA

Mara Dyer sa di avere commesso un omicidio. Jude voleva farle del male, e lei si è difesa, grazie al terribile potere che le permette di uccidere con la forza del pensiero. Ma ora Jude è tornato, e nessuno le crede mentre giura di averlo visto con i propri occhi. Quel ragazzo dovrebbe essere morto, e Mara rischia di finire i suoi giorni nell’ospedale psichiatrico in cui è tenuta sotto osservazione. L’unica possibilità di salvezza è assecondare i medici e fingere di avere avuto un’allucinazione. Così la sera è libera di vedere Noah, l’unico che ancora crede in lei, l’unico capace di sfidare i suoi demoni e risvegliare i suoi sensi. Ma i fatti inquietanti si moltiplicano e Mara rischia di impazzire sul serio: qualcuno entra in camera sua la notte per fotografarla nel sonno e riporta alla luce una bambola appartenuta alla nonna. Mara le dà fuoco, ma tra le sue ceneri trova un ciondolo identico a quello che Noah porta al collo…

Un paranormal thriller ad altissima tensione, nella tradizione di Christopher Pike e Stephen King. Del primo volume Chi è Mara Dyer Cassandra Clare ha detto: «Ti inseguirà come un sogno. Ti trascinerà senza via di scampo.»

Profonda delusione.

Nella tradizione di Pike e King” è un bestemmione pari a un romanzo del Sommo Valerio Massimo Manfredi che si trasforma in un tamarrissimo film epico.

Le parole con cui si è espressa la Cassandra circa il primo volume per me valgono anche per il secondo, nel senso che l’inconcludenza della trama mi inseguirà come un sogno e la delusione mi trascinerà senza via di scampo…

Dovevo fidarmi delle mie remore iniziali, nonostante non rinneghi assolutamente neppure una riga di ciò che ho scritto. Era troppo bello per essere vero, e io ho creduto nelle magiche paroline paranormal thriller fino alla fine.

Fino alla patetica fine di questo volume.

Ritroviamo una psicotica Mara in balia di pippe mentali davvero poco variegate, un Noah Shaw che ha perso la sua scintilla, una famiglia sempre più odiosa e inutile e tutta una serie di cliché usati malissimo. Il bello è che non ti accorgi che ti stanno fregando fino al 90% del romanzo, perché è alla fine che sbatti contro un muro di: no, ja…  Quindi godetevi la lettura e ad un certo punto fermatevi a scrivere il finale che più vi piace, perché non potrà essere peggio di quello della Hodkin.

SPOILER

Prima di tutto, anche se dovrebbe essere l’ultima cosa da dire per correttezza, sappiate che finisce di merda, e non nel senso già ribadito di “deludente”, ma proprio di merda nel senso che non finisce, cioè io osservavo la percentuale di pagine lette avvicinarsi al 99% e pensavo: ma ho scaricato una copia menomata del romanzo? Possibile che nell’ultimo 1% ci venga rivelato un minimo di qualcosa che abbia un senso?

La risposta è NO.

Analizziamo i fatti.

La Hodkin riesce a mantenere abbastanza la tensione/attenzione di noi dall’altra parte abbastanza bene con “ti sbudino 10.000 cose ma non ti dico un c****” e vabbè, ma poi alla fine ci si ritrova con un pugno di sabbia in mano, di quello che ci fai una bella polpetta e la tiri a tuo cugino.

SPOILERONI

Ricordate il primo volume? Vi rinfresco la memoria? Bene, il monologo di Mara che si presenta: …. Mara non è il mio vero nome, è stato il mio avvocato… raccontare questa storia potrebbe essere un po’ azzardato… eccetera? La tensione piacevolmente causata dalle sue prime parole è letteralmente PUFFF!

E’ stato come leggere un altro libro, come se la Hodkin avesse completamente perso il punto, iniziando a divagare su robe divergenti, strabordando dal vaso della trama divagando su tutto, anzi, non solo divagando, ma proprio aggiungendo una miriade di particolari che sembravano volerci offrire qualcosa di succulento, ma di cui è rimasta solo una scia di profumino presto dimenticabile. Ma vi faccio degli esempi, sennò sembra che io sia pazza….

  • i sogni che Mara fa riguardo (forse) una vita passata? sua nonna da bambina?
  • la fotografia che ritrae la madre di Noah e la nonna di Mara
  • questa collana che viene ritrovata tra le ceneri della bambola che i due danno alle fiamme

Queste sono delle cose fondamentali che, a mio parere, sono state buttate in mezzo in modo scellerato. Ma veniamo alle cose che hanno fatto precipitare il mio grado di attenzione:

  • JUDE. Il ritorno di Jude era stato per me la causa scatenante della pelle d’oca a fine lettura. JUDE. Protagonista di quei finali che ti fanno spuntare un sorrisino di compiacimento alla fine di un romanzo e in previsione del prossimo. JUDE IO CONTAVO SU DI TE! E invece sei un poveraccio belloccio e neanche tanto sadico che è semplicemente scampato al crollo del manicomio perché… udite udite, ha i super poteri. PFFFF!
  • MARA. Non c’è cosa più odiosa delle Santarelline Assatanate.
  • GLI ALTRI. Tutti con i super poteri, tutti riuniti secondo un “machiavellico piano” (e uso le virgolette in modo sarcastico perché avrei voluto conoscere anche solo superficialmente il come e il quando) di questo genio del male (la dottoressa Kells? Bo.)

Insomma un polpettone.

Ora il mio cruccio è: o davvero voglia di aspettare questo terzo capitolo? Di dissipare i miei dubbi? Di sapere se ce la faranno i nostri eroi a… non so neanche a far cosa.

Sapete che vi dico? Non mi interessa, non più, non leggerei un ipotetico terzo volume neanche se amazon lo regalasse (o forse solo SE amazon lo regalasse, ma perché odio non avere le serie complete). Perché ho buttato 6,99 euro, perché non si scrive un romanzo così, perché non si può trascinare una trama per 460 pp e finire a merda, poveramente, senza fare neanche un po’ di solletico. E non credo sia strategia di marketing, perché in quel caso un bravo scrittore semina succulente briciole che alla fine ti rodi il fegato, in questo caso credo si tratti solo del fatto che la Hodkin non sia una buona scrittrice.

Il mio consiglio è leggetelo. Leggetelo per sbattere la porta in faccia a Mara & Co. senza rimpianti e andare avanti.

Addios.

P.S Ho letto delle recensioni di chi ha avuto l’ardire di leggere il terzo volume. Che perseveranza! E con soddisfazione posso dire che, un po’ in anticipo su gli altri, HO RAGIONE!

Grazie a tutti.

La Chimera di Praga_ Laini Taylor

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Vorrei davvero evocare un minuto di silenzio per questo romanzo, un minuto di silenzio perché non leggevo e “sentivo” un romanzo così da tanto, un minuto di silenzio per una scrittura pari ad una melodia perfetta e giusta, per l’intreccio  non solo di una trama che non lascia spazio a dubbi, perplessità e incertezze, ma anche di un racconto che è pura poesia per l’udito e per l’anima, un minuto di silenzio per le parole che sfiorate dal tuo pensiero vengono assorbite quasi in modo doloroso, parole materiche, che si stampano a fuoco nella mente e fanno sbocciare quelle emozioni che evaporano da te attraverso la pelle d’oca.

Era tanto che una lettura non suscitava in me immagini tanto poetiche e spero di non essere arrugginita, ma convincente, almeno nel riuscire a dare un minimo input a voi lettori e incitarvi, se non vi è capitato in questi cinque anni (quest primo episodio è del 2012) a comprarlo, a leggerlo. Ma non divoratelo, anche se la sua scorrevolezza si presta alla fagocitazione più selvaggia, perché la sua poesia necessita di essere soppesata frase per frase, necessita di essere soppesata sfumatura per sfumatura. Ed è così che non solo la trama, interessantissima ed originale, ma la narrazione deve essere colta, in tutta la sua caleidoscopica gamma di sfumature.

TRAMA

Karou ha diciassette anni, è una studentessa d’arte e per le strade di Praga, la città in cui vive, non passa inosservata: i suoi capelli sono di un naturale blu elettrico, la sua pelle è ricoperta da un’intrigante filigrana di tatuaggi, parla più di venti lingue e riempie il suo album da disegno di assurde storie di mostri. Spesso scompare per giorni, ma nessuno sospetta che quelle assenze nascondano un oscuro segreto. Figlia adottiva di Sulphurus, il demone chimera, la ragazza attraversa porte magiche disseminate per il mondo per scovare i macabri ingredienti dei riti di Sulphurus: i denti di ogni razza umana e animale.
Ma quando Karou scorge il nero marchio di una mano impresso su una di quelle porte, comprende che qualcosa di enorme e pericoloso sta accadendo e che tutto il suo universo, scisso tra l’esistenza umana e quella tra le chimere, è minacciato. Ciò che si sta scatenando è il culmine di una guerra millenaria tra gli angeli, esseri perfetti ma senz’anima, e le chimere, creature orride e grottesche solo nell’aspetto esteriore; è il conflitto tra le figure principi del mito cristiano e quelle dell’immaginario pagano. Nel disperato tentativo di aiutare la sua “famiglia”, Karou si scontra con la terribile bellezza di Akiva, il serafino che per amore le risparmierà la vita.
Con questo libro unico, già finalista al National Book Award, tra i più alti riconoscimenti letterari negli USA, e acclamato dalla critica più esigente, Laini Taylor tesse un raffinato modern fantasy permeato dalle intriganti atmosfere praghesi e dalla tradizione mitologica del mondo classico, in cui la ricerca della natura interiore s’accompagna alla scoperta del vero, ma sempre contrastato amore.

Ed è tutto dire. Io me la sento di gridare al capolavoro (non sono la prima e non sarò l’ultima).

Dico anche che la trama, per quanto catturi sicuramente l’attenzione, non rende giustizia alle sopracitate SFUMATURE che sono la caratteristica preponderante sia per quanto riguarda gli elementi che compongono la storia e i suoi personaggi, sia per qualcosa di più profondo: la scrittura, un vero caleidoscopio di espressioni mai lasciate al caso, mai superficiali, sempre sempre sempre emozionanti e coerenti. Non mera narrazione di accadimenti, ma racconto di anime, di persone vere, di sentimenti veri, profondi.

Il mondo della Taylor è completo, saturo, giusto, cristallino. E così anche i suoi personaggi, sempre in balia di una tempesta, le loro anime spazzate dai venti, ma sempre senza esagerare, sempre equilibrati, sempre veri e giusti. Tutti. Così come le relazioni che li legano. E’ sempre tutto armonioso, giustificato, perfetto.

Entrando nel merito dei veri pilastri della storia, la guerra implacabile tra Serafini e Chimere, guerra di razze, guerra ideologica, metafora della persistente ed insistente condizione dell’essere umano a classificare il diverso da sé, spesso come inferiore, a sbandierare baluardi in bianco e nero, dimenticando le sfumature di grigio, ma soprattutto i colori. Ma anche la credenza che la guerra sia sempre lontana da noi, quando invece è più vicina di quanto si pensi, come Karou che vi si trova improvvisamente protagonista, e che spesso è dentro di noi. La storia d’amore per eccellenza, quella impossibile, ma che se ha ragione di essere può cambiare il mondo, gli aspetti di un arcaico mondo cristiano in costante lotta e contraddizione con uno pagano, ma che nella lotta si mischia ad esso, l’uno contro l’altro, l’uno nell’altro, poi inscindibili, così come la folgorante verità, tra le righe raccontataci con le voci di Akiva e Madrigal, che spiegano l’uno all’altra la versione sulla nascita delle proprie razze.

Karou, la protagonista indiscussa, è vera come non mai, nel suo carattere, formato da un vissuto reale, drammatico, fantastico, nelle sue relazioni interpersonali, nel rapporto con una fantastica amica come Zuzana, nel rapporto (finito) con Kaz, in tutta la sua vera penosità, frutto dell’errore adolescenziale classico e tipico che calpesta il cliché e diventa trave portante di una personalità in crescita.

In ultimo, ma non meno importante, parliamo di desideri. Questo argomento è un altra perla, il leitmotiv della storia, della questione, meglio. E non voglio sporcare con la mia scrittura grossolana:

«E cosa ne sai, tu, del valore dei desideri?» Lei recitò la scala tutta d’un fiato. «Parvix shing kairos gaviel bruxis!» Ma non era questo, evidentemente, quello che lui intendeva. Altri suoni da orso frustrato, come dei grugniti sbuffati attraverso il naso, finché non disse: «I desideri non sono per le sciocchezze, bambina». «Be’, allora per cosa li usi tu?». «Nulla», disse. «Io non esprimo desideri». «Cosa?» La lasciò sbigottita. «Mai?» Tutta quella magia nelle punte delle dita! «Ma potresti avere tutto quello che vuoi…». «Non tutto. Ci sono cose più grandi di qualsiasi desiderio». «Per esempio?». «La maggior parte delle cose che contano». […] Osservandola Sulphurus aggiunse: «Io spero, bambina, ma non desidero. C’è differenza. […] I desideri sono una finzione. La speranza è vera. La speranza compie la sua magia». 

«Sai cos’è questo?» gli domandò, sciogliendo il laccio. «Un osso?». «Be’, sì. È un osso del desiderio. Tu agganci un dito intorno allo sperone, così, e ognuno di noi esprime un desiderio e tira. Quello che ottiene la parte più grande, ottiene il suo desiderio». «Magia?», chiese Akiva mettendosi seduto. «A quale uccello appartiene? Ne esiste uno che ha le ossa che fanno magie?». «oh, non è magia. I desideri non diventano realtà per davvero». «Allora perché farlo?». Lei si strinse nelle spalle. «Speranza? La speranza può essere una forza potentissima. Forse non c’è vera magia in essa, ma quando sai quello che speri fortissimamente e lo custodisci come una luce dentro di te, puoi far accedere le cose, quasi come una magia».

Così vi lascio… a riflettere…. e a sognare.

 

La Custode degli Spiriti_ Melissa Marr

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Byron.

TRAMA

Claysville è una piccola città di nessuna importanza; Bek è cresciuta qui, insieme a Maylene, una signora anziana che è stata la persona a lei più cara; sono passati dieci anni da quando la ragazza ha lasciato questo luogo noioso e familiare, ma ora Maylene è morta e Bek deve tornare. Per sistemare le cose a casa, ma soprattutto per scoprire presto che Claysville non è semplicemente la piccola città sonnolenta che ricorda e che Maylene aveva le sue buone ragioni per mettere in atto quelle strane pratiche durante i funerali dei suoi concittadini. Il fatto poi che nascondesse in casa un’enorme dispensa, fitta di scaffalature piene di bottiglie di whiskey e poi anche di altre bottigliette contenenti un liquido bianco misterioso e anonimo non aveva nulla a che fare con una particolare preferenza verso i superalcolici. L’unica verità è che la ragazza si trova d’improvviso protagonista di una storia molto complicata, tutta da sbrogliare, una storia in cui c’è da risolvere un caso di omicidio e capire chi è quella ragazza in jeans strappati e col volto emaciato che se ne va in giro per la città senza che nessuno la conosca. Ma a Claysville il mondo dei vivi e quello dei morti sono pericolosamente collegati; al di sotto della città si trova una terra ombrosa e senza legge, guidata dal misterioso Mr. D. E tra i due mondi vige un patto: se i morti non vengono trattati con cura, torneranno indietro per saziarsi con cibo, bevande e storie della terra dei vivi.

“Nessuno è capace di creare mondi come Melissa Marr” cit. Charlaine Harris.

….e se lo dice la Harris io alzo le mani.

L’autrice mi era venuta mortalmente a noia con la saga di Wicked Lovely, ma quando sono incappata in questo interessante cambio di scenario ho gridato al “grazie a dio non se ne poteva più di fatine e folletti!”. Non posso assolutamente negare che l’universo creato dalla Marr in quell’occasione fosse davvero molto accurato, e sottoscrivo la citazione della Harris, ma dopo un po’ scoccia.

In questo romanzo ho trovato un mondo più adatto a me, mi è bastato leggere la prima riga per capirlo, per sentirmi coinvolta e intuire che nessuna delle pagine a seguire mi avrebbe delusa, e così è stato.

Rebekkah Barrow si è scrollata di dosso Claysville da anni ormai, una microscopica cittadina che mi fa pensare a quelle che piacciono tanto a Stephen King, con le stesse atmosfere pigre e silenziose, dove le verità strisciano al di sotto della superficie di cose e persone…
La morte del patrigno, il suicidio della sorellastra Ella Mae, una colpa di cui si rende vittima, le fanno decidere che quel posto, così come non era suo all’inizio, mai lo sarà…. e invece il destino ha già scritto qualcosa di ben diverso. La conosciamo lontana da Claysville, nell’ennesima città in cui ha traslocato, in preda ad un costante bisogno di cambiare aria, di fare qualcosa, di inseguire la sua vita, non sapendo che in realtà il suo bisogno può essere colmato solo tornando a Claysville.
Byron Montgomery è nato e cresciuto a Claysville, la sua famiglia e quella delle Barrows sono molto legate. Quando Rebekkah arriva a Claysville lui è impegnato in una relazione amorosa con Ella Mae, la sorellastra di Rebekkah, ma lo conosciamo un anno dopo le vicende che hanno cambiato il destino dei protagonisti.

I due si ritrovano in occasione del funerale di Maylene, la nonna acquisita di Rebekkah. Maylene è stata uccisa in modo brutale in casa sua, e Byron si trova a Claysville nelle vesti di Impresario funebre, mestiere che si tramanda in famiglia. Rebekkah, informata dell’accaduto, si reca immediatamente a Claysville. Ad attenderla all’aeroporto Byron, i cui sentimenti cozzano per tutta la vicenda con la profonda reticenza di Rebekkah nei suoi confronti e col rifiuto dei propri sentimenti per lui. Durante gli avvenimenti veniamo messi a parte anche della loro storia precedente, del fatto che Rebekkah si senta colpevole del suicidio della sorellastra dopo aver rubato un bacio a Byron ed esserne innamorata. Ma la verità è un’altra ed ha a che fare con la Morte – in un modo tutto particolare -, eredità e segreti di famiglia.

L’atteggiamento delle autorità riguardo all’omicidio di Maylene, seguito da altre morti e incidenti, apriranno il sipario sulla strana realtà in cui vive Claysville, scesa a patti con la morte e con essa costretta a convivere. Come sono destinati a conviverci Rebekkah, che scoprirà di aver ereditato per volere di Maylene il ruolo di Custode delle Sepolture – nonostante non spettasse a lei per discendenza-, e Byron, che dovrà prendere in mano il timone dell’impresa funebre di famiglia, che è molto più di ciò che sembra.
I due rivestono un ruolo fondamentale nell’ordine delle cose di Claysville, ma soprattutto per la vita l’uno dell’altra.

La Marr non solo crea Claysville, ma delizia i nostri sensi di lettori con il modo di Mr. D/ Charlie (Mr. M per noi italiani), un mondo sotterraneo, dove le epoche si mescolano, epoche passate, il regno dei Morti, non un paradiso, non un inferno, semplicemente un altro mondo… da cui la Custode delle Sepolture è assolutamente attratta e da cui l’Impresario funebre deve proteggerla.

Sicuramente quello che non manca alla storia, ovvero accuratezza, originalità, credibilità nel suo essermi apparsa tanto reale quanto una vera “tradizione” che si svolge in qualche parte del mondo, manca un po’ ai personaggi, che avrei voluto conoscere meglio… non Byron, il cui solo nome basta a farmi sognare di Impresari Funebri Strappa Mutande.

Il modo della narrazione è stato davvero azzeccato. Mi piace quando di capitolo in capitolo si cambia il punto di vista sulla vicenda, e la storia è veramente piena di personalità interessanti che contribuiscono allo scenario, seppur con piccole apparizioni (alcuni di loro li avrei voluti più presenti).

In fine, la lettura è terminata troppo presto, la faccenda è stata sbrigata troppo in fretta, NON SUPERFICIALMENTE ATTENZIONE, avrei solo voluto di più. Potrebbe darsi che effettivamente non sia finita, chissà, perché, secondo la sottoscritta, ci sarebbe da continuare. Bah.

“Si voltò verso Rebekkah e domandò, seria: «Di che cosa hanno bisogno i morti?».
«Di preghiere, tè e un goccio di whiskey», rispose Rebekkah, allora diciassettenne. «Hanno bisogno di nutrimento».
«Di ricordi, di amore e di essere lasciati andare», concluse Maylene.

 

La Maledizione degli Enderson #1 Il Segreto_ Deborah Fedele

la maledizione degli enderson

Eccoci qua, ho sentito tanto parlare di questo romanzo e ho sentito grandi cose, letto recensioni entusiaste…tutto ciò dopo essermi resa conto di averlo parcheggiato da tempo immemore nel mio kindle.

Meglio tardi che mai.

TRAMA

Sembra un’estate come le altre quella che aspetta Andrea Blow, una diciassettenne con l’amore per la lettura e il sogno di diventare insegnante; partirà per Moon Coast, una cittadina di mare californiana, dove vivono i suoi zii, e passerà le vacanze tra le feste, i libri e la spiaggia. 
Non sa quanto quell’anno le cose saranno diverse. 
Due anni prima la quiete della cittadina è stata turbata dal susseguirsi di efferati omicidi, considerati, per le modalità di esecuzione, a sfondo sacrificale. Nonostante l’arresto di un uomo, secondo i più il vero killer vive ancora in città impunito: il suo nome è Jack Enderson. 
Turbata dalla scoperta di tali brutali crimini, Andrea decide di tenersi alla larga il più possibile da casa Enderson, una villa nascosta nella foresta, e dai suoi strani abitanti, ma una notte di luna piena, mentre rientra a casa da un party, viene seguita niente di meno che da Jack. 
Cosa vuole da lei? Andrea teme che possano ripetersi gli orrori di due anni prima, e che lei possa essere la prossima vittima. 
E’ solo l’inizio di una serie di inquietanti e sfortunati eventi che la travolgono, sconvolgendo la sua vita. Non può fare finta di niente, è il momento di indagare: dovrà rimboccarsi le maniche per scoprirne di più sulle morti delle due ragazze, e sullo strano simbolo trovato sui loro corpi, sollevando un velo che per anni ha coperto segreti terribili, che sarebbe meglio tenere nascosti… 
Una cascata di eventi la travolgerà in un mondo macabro e oscuro, un mondo popolato da creature della notte, e la costringerà a confrontarsi con gli inquietanti spettri del suo passato, e con le verità che per anni le sono state tenute nascoste.

Deborah Fedele ha fatto bene i compiti a casa, forse troppo bene, infatti il risultato è fastidiosamente compito. E’ tutto scorrevole, tutto al posto giusto, la trama si sradica precisa e perfetta fino ad arrivare al finale (di questo capitolo). Non è una polemica, è un’innocente osservazione scaturita da una sensazione che mi ha seguita per tutta la lettura. Dio non voglia che adesso mi metta anche a criticare le cose scritte bene e che mi sono piaciute! Però, ecco, io sono il tipo cui piacciono le “sporcature”. Il tono della narrazione esterna è molto leziosa e quindi risulta noiosa a tratti, ma ripeto Deborah ha fatto bene i compiti e quindi la vicenda cattura l’attenzione nella sua ragnatela non proprio sorprendente ma quadrata. Il picco c’è stato nei capitoli 18-19-21, il ritmo è stato travolgente e la mia curiosità ne ha goduto, ma poi è tornato tutto un pò scialbo.

Perdonatemi qualche SPOILER

Ho apprezzato la marginalità dei personaggi che poi chiudono il cerchio dei protagonisti di questa vicenda, gli Enderson, salvo poi che si sono spiattellati al 100% nell’ultimo capitolo. Devo dire che Jack mi affascina anche se vedo lo stereotipo dietro l’angolo… spero di sbagliarmi.

Un urrà per i genitori “viventi” della protagonista (è una cosa che apprezzo sempre), anche se poi il contorno è a base di rivelazioni oscure riguardanti i natali del protagonista. Ma vabbè.

La cugina bipolare Kate devo dire che non mi è mai dispiaciuta, non mi è mai stata antipatica. Si è comportata come la cugina viziata che tutti abbiamo, sempre coerente con il suo bipolarismo e, a mio parere, l’unica che si sia mai comportata come una persona normale in una situazione del genere.

VITO. Alla parentesi Vito sarebbe da dedicare un intero articolo. IO L’HO SGAMATO SUBITO! I ragazzi appena incontrati così svenevolmente e disgustevolmente dolci puzzano. E infatti…. ed è forse per colpa sua che poi ho sgamato quasi subito anche l’intera faccenda, o almeno il ruolo degli Enderson e il fraintendimento intorno a loro.

Ma ANDREA… o mio dio. Mi accorgo da anni di un nuovo genere letterario che prevede un inversione di significato del termine “protagonista” e del suo ruolo, quello dove suddetto personaggio, che da tempo immemorissimo, risponde a certi meccanismi e a certe caratteristiche, è diventato una ameba che si conforma alle più pallose e stereotipate forme di essere umano sfigatamente comune e normale. Questa ragazza non ha un minimo di spessore o di importanza se non quello che le danno quelli che le stanno intorno. Se la narrazione dice… “la protagonista è cazzuta…Andrea in un impeto di coraggio….” ci dobbiamo auto-plagiare per credere che sia vero? NO! Il personaggio non diventa cazzuto perché lo dici tu, lo decido io, me lo deve dimostrare. E io da Andrea Blow-Clavester non ho avuto alcuna dimostrazione di niente. Se non mille pippe mentali, tentativi di rendersi simpatica sbandierando la propria fragilità e timidezza, aria pulita ed innocente e noia per le feste ecc. vai al mare in vacanza da diciassette anni e hai il terrore dell’acqua… insopportabile. Spero vivamente che diventi più cazzuta e non ci sciorini le sue pippe mentali riguardo a quanto è cambiata ecc. ecc. senza darcene dimostrazione.

Infine… mi è piaciuta molto il monologo finale di Kate, un pò didascalico all’inizio e alla fine forse, ma non per un passaggio che ha dato un po’ di carica ai toni pietosi:

“… perché tu sarai un’ombra cuginetta, ombra come quando il sole incontra un ostacolo e dipana oltre di esso il suo splendore.”

Mi piacciono queste sparate di tanto in tanto, aiutano il personaggio.

Ma poi alla fine c’è stato un piccolo capitombolo e a farlo, guarda un po’, è Andrea:

“Avrebbe imparato ad accettare quella nuova realtà, in fondo non sarebbe stato peggio di dover affrontare il liceo in una scuola per ricchi quando ricca non sei, e se ti chiami con un nome da ragazzo, e i tuoi capelli sono corti e non biondi e fluenti, e per di più ami leggere…”

Cazzo! Problemoni.

ADDIOS!