Il racconto dell’ancella_ Margaret Atwood

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Vorrei che questa storia fosse diversa. Vorrei che si svolgesse a un livello più elevato. Vorrei che mi facesse apparire se non più felice, almeno più positiva, meno esitante, meno distratta da cose banali. Vorrei che avesse una struttura più equilibrata. Vorrei che parlasse d’amore, o di improvvise percezioni importanti per la propria vita, o anche di tramonti, di uccelli, di temporali, di nevicate.

Forse parla anche di questo, in un certo senso; ma in una rete intessuta di bisbigli, di supposizioni, di segreti insondabili, di parole non dette, di movimenti sotterranei e misteriosi. E c’è tanto tempo da sopportare, pesante come cibo fritto o fitta nebbia; avvenimenti fiammeggianti come esplosioni, per strade altrimenti decorose, placide, sonnolente.

Mi dispiace che ci sia tanto dolore in questa storia. Mi dispiace che sia a frammenti, come un corpo preso n un fuoco incrociato o smembrato a forza. Ma non c’è nulla che possa fare per cambiarla.

Ho cercato di metterci alcune cose buone. I fiori, per esempio, perché dove saremmo senza di loro?

Ciononostante mi fa male raccontarla più e più volte.

Una bastava: non mi era bastata una volta, a suo tempo? Ma continuerò questa triste, arida, squallida storia, zoppicante e mutilata, perché voglio che tu la senta, come sentirei la tua se mai ne avessi l’occasione, se ti incontrassi mentre fuggi nel futuro o nel cielo o in prigione o sottoterra, ovunque. Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Io non so se sia il caso di aggiungere altro. Come che «molti sostengono che sia una lettura di vitale importanza nell’era di Trump, forse più preveggente e forte di 1984» come campeggia sula copertina della nuova edizione di Ponte alle Grazie , o il fatto che questo romanzo sia stato pubblicato per la prima volta nel 1985… io credo che sia evidente come la Atwood abbia creato per noi questa testimonianza, rendendocela come se l’avesse stillata dalle labbra di un deportato, di un sopravvissuto ai campi di sterminio, di un testimone fuggito da un qualunque paese in guerra assediato da un regime totalitario assurdo.

Questa, o le altre, sono sempre letture di vitale importanza. Forse se avessimo la costanza di ricordare… definire questa lettura di vitale importanza nell’era di Trump significa sminuire… sfido ogni lettrice a non sentire nell’angolo più profondo di sé stessa una sorta di angoscia primordiale. Certo questo è il femminismo più radicale e cinico, nel racconto stesso la Atwood lo personifica nella madre della protagonista.

Per affrontare questo romanzo si ha bisogno di tutti i sensi: il gusto, l’olfatto, la vista, il tatto, l’udito… insieme a quelli della protagonista anche i nostri si fanno acuti, noi ci tendiamo per afferrare le immagini e le particolari associazioni che ci propone Difred nel suo monologo, anzi stream of consciousness. La lettura diventa un gioco misterioso e segreto, uno scambio di informazioni eccitante e pericoloso e il fiato resta sospeso perché come lei non sappiamo cosa accadrà parola dopo parola (detta o non detta) e sguardo dopo sguardo.

 

«Some books haunt the reader. Others haunt the writer. The Handmaid’s Tale has done both».

 – The Guardian 20 gennaio 2012
qui trovi l’articolo
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«Non mi hanno riconociuta» dico.

Mi fermo in mezzo al marciapiede, tutta frastornata.

«Non mi hanno riconosciuta» ripeto.

Kakuro si ferma a sua volta, la mia mano ancora sul suo braccio.

«È perché non l’hanno mai vista» mi dice. «Io la riconoscerei sempre e comunque».

 – L’eleganza del riccio

La città di sabbia_ Laini Taylor

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Secondo capitolo della saga Daughter of Smoke and Bone e la Taylor non si smentisce. Ho elogiato poeticamente La chimera di Praga e sono contenta di averlo fatto, di averci creduto e sperato…. e La città di sabbia non mi ha deluso.

Trama

Karou ha finalmente le risposte che ha sempre cercato. Sa chi è e cosa è. Ma, insieme a questa scoperta, un’altra verità affiora in superficie, una realtà che la ragazza farebbe di tutto pur di ignorare: ha amato un ragazzo che le è nemico, lui l’ha tradita e per questo il suo mondo è sconvolto. Ora, in una kasbah dimenticata nel deserto del Marocco, Karou e i suoi alleati si preparano a uno scontro definitivo contro l’armata dei serafini e sotto la luce delle stelle plasmano le Chimere più forti e spietate di sempre. Akiva, legato dall’appartenenza all’esercito degli angeli, ma gravato da un profondo conflitto interiore, inizia a progettare un altro tipo di battaglia: quella per il riscatto. Per la speranza.

L’inizio è indubbiamente più lento del precedente, ma serve a caricarlo di una forza inaspettata anche ai più fedeli.

Laini Taylor è una vera scrittrice. Può sembrare un’affermazione ovvia e strana nella sua, appunto, ovvietà, ma credetemi non è così. Il suo stile è impareggiabile, la sua scrittura è poetica, attenta, accurata, piena. Ci sono bei romanzi, belle storie, personaggi interessanti…. ma qui la Taylor crea qualcosa di più; con la sua scrittura tutto prende vita, le parole stesse sono vive e potenti.

La storia riprende dopo la scomparsa di Karou ed è Zuzana che apre le danze; la cerca e si interroga sulla sua scomparsa in una Praga presa d’assalto dai giornalisti in cerca di scoop sugli avvistamenti di angeli e della ragazza dai capelli blu. La prima cosa che ho apprezzato è stato dare, con intelligenza, un ruolo importante proprio a Zuze, il cui amore per Karou la farà diventare parte integrante di questa avventura.

L’atmosfera di questo secondo capitolo è sicuramente più cupa e drammatica, da respiri trattenuti, groppo in gola, lacrimoni sotto le coperte. Ma soprattutto culmina con bocche spalancate.

Oltre all’entrata (e ahimè uscita) di scena di alcuni personaggi, l’alternanza delle voci è molto più dinamica; quasi pari spazio è lasciato alla narrazione di Akiva e Karou che si incrociano e si intrecciano fino al momento cruciale. Nuove relazioni si allacciano e ci strappano emozioni, insieme a tragici eventi e momenti di puro dolore e colpi di scena. La trama si fa machiavellica e ricca, i personaggi si fanno più intensi e non si smette di trattenere il respiro per una delle storie d’amore più vere e strazianti di sempre.

Chapeau.

After_ Anna Todd

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Vi è mai capitato di stare leggendo sul treno, per esempio, che sia dal kindle o da un libro e….. avere a portata di mano anche un quaderno e…. datemi un amen, una penna?! Ebbene, ultimamente a me è capitato. Certo, sarò sembrata una sciroccata a quello che mi sedeva di fronte, e anche a quello di fianco, ma io stavo leggendo qualcosa di inevitabilmente e doverosamente commentabile. Forse è stato il fato a mettermi in borsa una penna e un quaderno e io ho risposto facendo il mio dovere; non di blogger (anche perché bah….) ma di cittadina. Forse a voi questa premessa apparirà senza senso, ma non è così, perché io stavo leggendo After.

Sì, After.

Trama

Cioè… c’è davvero bisogno di sprecare questi caratteri e ingombrare la vostra pagina di lettura? Pffffffff

Ambiziosa, riservata e con un ragazzo perfetto (io non userei la parola “perfetto”, ne ho coniate fantasiosamente altre durante la lettura ogni volta che spuntava sto surrogato di uomo che, spero sia tale solo per creare un forte contrasto con l’altro stronzo) che l’aspetta a casa, Tessa ama pensare di avere il controllo della sua vita. Al primo anno di college, il suo futuro sembra già segnato: una laurea, un buon lavoro, un matrimonio felice… Sembra, perché Tessa fa a malapena in tempo a mettere piede nel campus che subito s’imbatte in Hardin ( io già da tempo non spero più nell’originalità e questo è l’ultimo posto dove uno potrebbe aspettarsela, e infatti non c’è). E da allora niente è più come prima (e mi affligge l’ansia se penso al “prima” di Tessa). Lui è il classico cattivo ragazzo, tutto fascino e sregolatezza, arrabbiato con il mondo, arrogante e ribelle, pieno di piercing e tatuaggi (qui non so esprimere il mio disagio). È la persona più detestabile che Tessa abbia mai conosciuto (1_ma perché Tessa ha mai avuto un amico? 2_quindi a breve verranno travolti dalla passione perché è come una brutta specie infima della legge di Murphy). Eppure, il giorno in cui si ritrova sola con lui nella sua stanza, non può fare a meno di baciarlo (no, non ne poteva proprio farne a meno….) Un bacio che cambierà tutto. E accenderà in lei una passione incontrollabile (e imbarazzante e patetica aggiungerei). Una passione che, contro ogni previsione (contro ogni previsione di chi?), sembra reciproca (contro ogni previsione? seriously?). Nonostante Hardin, per ogni passo che fa verso di lei, con un altro poi retroceda. Per entrambi sarebbe più facile arrendersi e voltare pagina, ma se stare insieme è difficile, a tratti impossibile, lo è ancora di più stare lontani. Quello che c’è tra Tessa e Hardin è solo una storia sbagliata o l’inizio di un amore infinito? Che sia davvero questo l’amore? NO.

il no alla fine è mio. Ovviamente anche i commenti perché proprio non mi tengo. Anche la trama è scritta male.

Ahhhh, io non so se ce la farò. Potrei scannerizzare le pagine del suddetto quaderno…. dovrei usare WeTransfer….

Dico subito che ci sono una serie di problemi, diciamo tecnici…. La Trama: inesistente. Ma, ma, ma… l’avete mai letto un romanzo? Questa “cosa” nata su Wattpad è indubbiamente figa, io non sono anti- questo genere di diffusione, ma a mio parere il tutto rimane figo se rimane alla sua natura di nascita, se poi lo rendete “reale”, carta, prodotto dell’editoria (che non è poco, aggirabile o così duttile come vogliono farci credere) perdiamo tutti. Ragazzi, Mondo, la scrittura è un’altra cosa, non che After & Co. non siano degni, ma sono “altro”…. editoria e Wattpad non sono sovrapponibili, sono due rette parallele (cliché) – scusate, sto studiando per la correzione di bozze.

Perché no, io sono in fila alla posta, sono iscritta a Wattpad e mi annoio, penso a Chris Pratt e mi vengono in mente “cose” e le scrivo, ve ne metto a parte. Certo, viva! Se su twitter si potessero usare più caratteri pubblicherebbero romanzi anche lì. Tutti ci facciamo film, è il nostro cervello che lavora a palate di frustrazioni, noia, desideri e questa è l’epoca dello sharing! Ma rimane quello che è: una serie di parole una in fila all’altra senza cognizione di causa, spiattellate per il pubblico ugualmente in fila alla posta, che si mette a scorrere le pagine dallo smartphone invece di aggettivare con epiteti poco carini il vecchietto che ci sta mettendo trent’anni prima di voi; vi invita a pensiereggiare eroticamente su il cazzo di personaggio famoso di turno. Stop.

Ho letto che oggi non si legge e bla bla bla…. frasi fatte da sviscerare per comprenderne il vero significato e la vera portata, se non le giuste misure e proporzioni. Ancora: con questi libri i librai e gli editori ci pagano le bollette – e cito. Oppure: almeno così i ragazzi leggono. E no, questa proprio no! Leggere genera cultura ed educazione indiretta, ovviamente poi non tutti possiamo – o vogliamo – leggere “letteratura alta”.

E qui arrivo al punto: questo libro, con tutti i problemi che si porta dietro, è il decalogo del pompino, l’abbecedario del petting, il normario delle relazioni malate. In realtà avrei potuto iniziarla e finirla qui. E invece no. Perché adesso mi do al politically (in)correct.

Anna Todd ha affermato che  la sfera sessuale dei suoi personaggi è molto importante, per il semplice fatto che essendo degli adolescenti (ma cazzo vanno all’università…..vabbe) sia naturale e innegabile, quindi non può non essere una parte integrante del tutto (anche perché non c’è via di scampo, sta cosa-libro è nato per questo, non ha neanche il beneficio del dubbio come un romance erotico che almeno ha un contesto storico). Cara Anna, il tuo sbaglio è tanto semplice quanto atroce: parli di sfera sessuale come se ci fosse uno standard di sfera sessuale. Il lavoraccio che fai è dimenticare, cancellare, il solo senso di MATURITA’ sessuale. Ma sei seria? Abbi la decenza di cadere dal pero! La sfera sessuale si crea! Che siamo animali dominati dagli istinti? Si, certo, va bene, ma qui si va sul sociologico, sull’antropologico e….Anna ma che te lo dico a fare, tu vendi indubbiamente più di Freud. Il sesso o “sfera sessuale” non è quello che propini e che – Dio, Buddah, Allah e chi altri, aiuto – fai passare per amore tormentato ma giusto in qualche modo… stai spargendo come sale sul ghiaccio prototipi di sfera sessuale malata. Il SESSO non è così, è più e meno di questo. Ma non questo. Tu tiri una corda da una parte e non hai nessuno che te la tira dall’altra.

Ma attenzione…. colpo di scena. Secondo voi chi è stata la mentore di Anna? Sinceramente io non ho avuto bisogno di leggerlo o della conferma perché….cioè….come si fa a non notare le somiglianze, non solo di genere, ma di memorabile idiozia e piattezza della protagonista femminile…. Lei E.L.James e le sue stramaledettissime – che gli dei mi aiutino a dirlo – cinquanta sfumature. Anna ha gli occhi a cuoricino quando racconta di quanto siano diventate amiche lei e la James e di quanti consigli lei le abbia dato: che culo, per noi intendo. E poi dice: ma “lei scrive di sesso adulto, io tra ragazzi. Una differenza non da poco.”

No Anna, non da poco, ma ora sei scivolata sulla merda…..

Cioè Mondo, la Todd riceve i ringraziamenti delle mamme perché dopo After i figli hanno letto per la prima volta i “classici”. MA SERIO? ma solo io sono AGGHIACCIATA da questa cosa?!?! Prima ancora imparano a fare i pompini e a conoscere un rapporto tra vittima consenziente e carnefice (ah, si poverino ha avuto un’infanzia difficile) e poi gli diciamo che però c’è Cime tempestose e Jane Austen? Io mi sono persa anche solo a scriverla di mio pungo sta cosa. Perché lo sapete vero che i “classici di Tessa e Hardin” sono diventati “i classici di After” e sono usciti con tanto di copertina afterizzata?!?!?!

Devo riprendere fiato.

Cime tempestose, Orgoglio e Pregiudizio, Anna Karenina….. sono usciti con la stessa copertina di After perché sono i libri che leggono e con le cui citazioni ci  “deliziano” i due protagonisti di After.

Devo ri-riprendere fiato. AGGHIACCIANTE

Sti due mentecatti prendono in prestito le situazioni per usarle come base “metaforica” per i loro litigi….. Anna, trame, back ground, complesse relazioni….ti dicono qualcosa questi termini? Avevi un’arma (forse) e non solo non hai saputo usarla, l’hai sputtanata. VERGOGNA! Adesso nella mente delle povere tredicenni Heathcliff è Hardin, Hardin è Heathcliff, Darcy è Tessa, Hardin è Elizabeth, Catherine…..oddio….. e sono plagiate a offrire pompini credendo che il “mascalzone” che gli capita sia o possa essere un Hardin da salvare e sperando di riuscirci?!?!?!?! …….stream of consciousness……

Comunque è tutto molto grave.

Non esiste nulla all’infuori degli atti sessuali espliciti, ogni personaggio è un barattolo vuoto, una figurina, le relazioni sono sullo stesso piano del fantacalcio, non esistono, è tutta fuffa.

Lei è bigotta (davvero, non so che altro dirle).

Lui ha seri problemi comportamentali, vive fuori dalla realtà ed è indubbiamente bipolare e – udite udite – viene giustificato dall’infanzia difficile.

Ma poi sti “universitari” che invece di drogarsi seriamente o passare la serata a vomitare, giocano a obbligo/verità….. ma sul serio? E gli usa sarebbero il nostro modello di vita?

Eppure qua parliamo di milioni di copie vendute, la traduzione in 30 lingue, la Paramount che compra i diritti….. e più di un miliardo di visualizzazioni su Wattpad e, Mondo, visualizzazioni….. ho letto un miliardo di giornali che dicono “un miliardo di fans”. No. Un miliardo “di visualizzazioni”. Ok? E’ chiaro? Che bisogno c’è di gonfiare ancora quando si dovrebbe ficcare la testa sotto terra come gli struzzi?

Sono certa che avrei tanto altro da dire, ma ho già blaterato abbastanza, no? Alla fine ho tralasciato tutti gli appunti che ho preso, tutte le frasi del libro che avrei voluto commentare e smerdare…..ma va bene così. Il troppo stroppia. Hai capito Anna? Il troppo stroppia. Però ci vuole abilità anche a scrivere 400 pagine di nulla, moltiplicato per 5 e per Before e per Nothing more e Nothing less….

A presto.

Al film. He he.

The Prophet. La signora dei cimiteri#3_ Amanda Stevens

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Mi rammarica che all’epoca della scoperta di questa serie il mio blog non esistesse ancora e, quindi, di non aver potuto recensire i primi due episodi The Restorer e The Kingdom. Certo, questa recensione sarà più un commento, ma il terreno è minato perché se uno non ha letto non posso osare troppo con le parole, mentre per chi ha in programma la lettura di The Prophet, non posso assolutamente dire cose che possano svelare alcunché. Quindi via alle ciance senza pretese….

Ricordo perfettamente del perché il libro attirò la mia intenzione in quel di non mi ricordo assolutamente, il titolo ovviamente: per un –purtroppo– breve periodo della mia vita sono stata una restauratrice e ciò bastò per rendere accattivante il tutto ai miei occhi. Fui contenta che le mie aspettative non fossero state deluse, la trama risultò originale e carica di suspense, andavo veloce come chi si affanna a fuggire da una catacomba buia con qualcuno alle calcagna e a ritrovare l’ossigeno e la luce quando lo trovava anche Amelia, la protagonista.

Se non conoscete Amelia Gray sappiate che è una restauratrice particolare, lavora tra lapidi e licheni per ridare nuova vita a cimiteri antichi e decadenti. Fin da piccola vede i fantasmi come suo padre ed è lui ad averle insegnato a stare sempre in guardia, a far finta di non sapere nulla della loro esistenza e a non entrare mai e poi mai in contatto con uno di loro, tanto meno con qualcuno che ne è posseduto o perseguitato. All’improvviso il mondo di Amelia vacilla insieme alle sue regole, colpevole John Devlin, un poliziotto tormentato dagli spiriti di sua moglie e sua figlia, morte in un incidente. Di contorno il lavoro di Amelia che fa da sfondo a ciò che accade intorno a loro e in cui vengono invischiati.

A distanza di anni, eccomi qui a chiudere un cerchio…. no, in realtà poi non si chiude un bel niente poiché la cara Stevens se n’è uscita con un altro episodio The VisitorsE meno male! Perché quella che doveva essere una fine, non è stata

TRAMA

Sono Amelia Gray, la Signora dei Cimiteri, e vedo i fantasmi. Mio padre mi ha insegnato quattro regole per tenermi al sicuro da loro, e io le ho infrante tutte. Ora una porta si è aperta, e il male mi reclama per sé. Vorrei tornare alla mia vita di sempre, a quelle regole che mi garantivano la salvezza, ma il fantasma di un poliziotto assassinato non mi dà tregua. So che non troverò pace finché non avrò scoperto il suo assassino. Tutti gli indizi conducono nei quartieri più oscuri di Charleston, e a John Devlin, il detective perseguitato dai fantasmi che dovrei amare solo da lontano. E adesso dovrò scegliere se seguire le regole… oppure il mio cuore.

In questo terzo episodio ritroviamo un’ Amelia ancora scossa dal suo ultimo incarico: il restauro del cimitero di Asher Falls e dalla conoscenza della famiglia Asher con tutto quello che ha comportato. Grande assente è stato John Devlin. Ora Amelia è in “vacanza”, si gode la tranquillità del suo santuario a Charleston e la compagnia del suo cane Angus, in attesa del prossimo incarico. Amelia non fa, però, neanche in tempo ad annoiarsi che inizia a succedere la qualunque: vecchie e nuove conoscenze si intrecciano nella sua vita con un sincronismo che richiederebbe un’acuta riflessione che non avviene se non nelle ultime tre pagine -alla fine di tutto tra l’altro, ma brava!- e solo perché qualcuno glielo fa notare. All’inizio Amelia stalkera nell’ombra il povero Devlin che, detto fra noi, non si capacita di trovarsela sempre fra i piedi dopo che, nel primo romanzo, le stava dando ciò che Amelia tanto agogna -e che non smette di ricordarci-, e lei si sottrae. Io lo sento che è esasperato, ma pover’uomo ha una pazienza di ferro. Ma a distrarla, neanche tanto, dal suo desiderio, il fantasma di Robert Fremont che le chiede di aiutarlo e di trovare il suo assassino. La faccenda si fa curiosa agli occhi di Amelia perché 1) non si capacita proprio che un fantasma si manifesti come Robert e quindi cerca di capire come e perché, se questa nuova direzione che sta prendendo il suo “potere” sia da temere o da accogliere; 2) le sue apparizioni le provocano mille pippe mentali a proposito delle regole che suo padre le ha inculcato fin da bambina ma che puntualmente si vede costretta ad ignorare. Tutto ciò, però, non porta assolutamente a nulla di concreto. Complice di questa malsana ottusità è l’onnipresente sbavante pensiero sul caro Devlin. Si, perché ogni quattro frasi, Amelia sbava mentalmente su Devlin. E questo è di un fastidioso angosciante. Quello che invece preme la sottoscritta me sul “caso Fremont” è che avrebbe dovuto essere un anello della catena, invece Fremont elucubra astrusamente e non dice mai niente… esasperante, quando Amelia chiede lui è evasivo – e molte volte ho trovato questa evasività un espediente facile-, Amelia poi non brilla per intelligenza e così si trascina dietro “il caso Fremont” che si risolve quasi da solo e senza farmi articolare neppure un “ah…”.

La seconda svolta sembra arrivare dall’incarico di tornare al cimitero di Oak Grove (ambientazione del primo romanzo) per finire il restauro. Amelia torna al cimitero memore del passato, ci rende partecipe che quello è l’unico cimitero che le abbia mai dato i brividi e…. niente, ci lavora due giorni e poi viene presa da altro. Quindi VICOLO CIECO.

Finché altri personaggi entrano in scena: le sorelle Perilloux che, per l’innata dote di Amelia di non riuscire a farsi amici NORMALI, ovviamente non lo sono e vengono rivestire del compito di “spiegone” che figurarsi se Amelia capisce. Isabel ci viene presentata come l’ennesima impossibilmente bellerrima… ma che cacchio…. con cui Amelia entra in un’immaginaria competizione dopo averla vista abbracciare Devlin, ma Amelia entrerebbe mentalmente in competizione anche con un cadavere rinsecchito trovato durante uno dei suoi restauri e per di più, come sempre, si darebbe mentalmente sconfitta in principio. Eppure ogni tanto ci ricorda che è bionda, con gli occhi azzurri, slanciata e tonica…. vabbè. E poi c’è lui Darius Goodwine, il “cattivo”, e virgoletto perché alla fine ti rendi conto che per quanto la Stevens voglia farlo apparire come tale, per me, proprio non ci riesce. Mi è piaciuto subito. Ha imposto subito la sua presenza affascinante, accattivante e la sua importanza hai fini della storia che è stata, che è e che SPERO ci sarà. La Stevens ha gettato le basi per un buon personaggio, una personalità che è stata predominante nel racconto nonostante acquattata nell’ombra… però però… dopo un crescendo promettente Darius Goodwine ha fatto PUFFF come un palloncino cui viene allentato il nodo. Alla fine mi sono chiesta… ma…ma…scusate ma Darius Goodwine che fine ha fatto? Cioè, era qui…no? Ma quindi… che voleva?

Amelia invece in questo episodio gira con un punto interrogativo grande quanto l’insegna luminosa e tamarra di un bowling sopra la testa: dopo le informazioni quasi vomitate a cascata in The Kingdom, qua non si fa altro che ricordarle, senza che il cervello di Amelia faccia alcuno scatto in avanti, mentre continua fastidiosamente a ripetere come un mantra le parole del padre, cosa penserebbe, cosa le direbbe ora ecc. AMELIA! Invece di pensare alle mille mila regole che hai infranto e versare lacrime sul latte versato… AGISCI! E’ LA TUA VITA! E invece viene sballotata dagli eventi ritrovandosi sempre tra le mani facilitazioni e aiuti, origlia al momento giusto, l’amica le fornisce libero accesso a documenti che ho i miei dubbi possano essere di dominio pubblico ma vabbè… e sembra trovarsi sempre nel posto giusto/sbagliato perché ogni cazzata di Amelia si rivela una miniera d’oro. Ricordavo una personalità più concreta, invece Amelia non si auto-determina, sembra che sia ciò che le accade intorno e chi la circonda a farle da marea. E poi davvero, il rapporto che ha con Devlin è un po’ patetico, ma insomma, ho capito che Mariama ti guarda male ogni volta che lo tocchi, che senti le correnti di aria fredda, ma su… è morta… ah già, Amelia ha più paura dei morti che dei vivi. Devlin, poverino, già è frustrato per cavoli suoi e tu ogni volta gli svieni addosso, ti fai coccolare e poi senti gli spifferi… lui, d’altro canto non capisco come quando e perché abbia sviluppato questa “passione” per Amelia. Come pochi -anzi, spero ce ne siano-, non ho mai palpitato per i due e di certo gli eventi non me li hanno fatti amare, anzi, la loro storia, soprattutto dopo il secondo episodio, me li ha resi marginali.

E qui DEVO SPOILERARE, quindi se non volete sapere scorrete oltre!!!!!

Dopo l’ennesimo salvataggio, morale o fisico che sia, da parte di Devlin nei confronti di Amelia, che continua a trovarla svenuta e smarrita dappertutto, la porta a casa e…. all’improvviso Amelia cede. Si, lo fanno. Ma attenzione…. Amelia cerca di irretirci e convincerci che finalmente se ne sbatte di Mariama, che ha preso coraggio…. in realtà non la vede e non sente spifferi e quindi coglie la palla al balzo. E fa pure la zozza.

e qui…. apro una parentesi enorme. La scena di sesso. Credo sia una delle più brutte che io abbia mai letto in assoluto. Nonostante, come dicevo, la coppia fosse diventata per me quasi marginale, ci pensavo anch’io, mica no. Mi aspettavo un momento catartico, carico di tensione…. e invece è stato squallidissimo. Amelia, senza, non lo so, criterio, prende in mano la situazione…. cioè, non proprio in mano…. ci siamo capiti e mentre lo fa ci mette a parte di una riflessione profonda: che non lo fa spesso, ma non vuol dire che non sia esperta… CI FA PIACERE SAPERLO. Anche no, perché penso solo a perché cacchio me l’hai dovuto dire, come per strizzare l’occhio al lettore…. terribile, fallo e basta, è il tuo momento finalmente e cerca di renderti non-fastidiosa, almeno adesso. Devlin…. Devlin non fa assolutamente niente, almeno così mi è sembrato, quindi dopo aver “cercato” di costruire secondo certi criteri il personaggio fa una misera figura, infrangendo i pensieri erotici di tutte le lettrici della signora dei cimiteri.

Infine, tutto sommato, mancanza di risposte, personaggi che fanno puff, vicoli ciechi, questo episodio mi è piaciuto, meno di altri, ma mi è piaciuto. Alla fine ciò che aveva creato il grande sfondo fin dall’inizio, ovvero la storia di Devlin, viene risolto anche se si porta dietro un succulento fardello di cui immagino vedremo le prelibate conseguenze in The Visitors, la vicenda scorre, c’è qualche colpo di scena, gli avvenimenti sono ben concatenati e la varietà di personaggi è sempre apprezzata.  The Prophet non fa proprio un buco nell’acqua, ma avrei voluto un sforzo maggiore e un finale meno frettoloso.

Grazie a tutti.

Alice nel paese della vaporità_ Francesco Dimitri

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Voglio fare una grossa premessa: prima di riuscire a recensire questo… romanzo, sono passati giorni e giorni fra arrovellamenti cervellotici ed esami di coscienza. Ho letto tutte, e dico TUTTE, le recensioni su Goodreads e blog vari per farmi aiutare a capire. Quello che avevo bisogno di capire, in vera sintesi, era la “natura” del… romanzo, ma, più di tutto, ciò che io provavo e sto ancora provando nei suoi confronti. Perché si, sono molto confusa, su tutto, su tutti, non ci ho capito niente. In realtà ho capito tutto riguardo al… romanzo, ma sono confusa e perplessa lo stesso. AMMETTO di aver avuto bisogno di leggere parole altrui per farmi un’idea definitiva riguardo i miei sentimenti poiché, se avessi dovuto fare una recensione a fine lettura non ci sarebbe stato il solito istinto, il solito flusso di coscienza ad aiutarmi perché questo… romanzo mi ha lasciato il vuoto dentro. L’unica soluzione era che io andassi da Dimitri e girassi un video mentre gli tiro il kindle in mezzo la fronte. Quel video sarebbe stata la mia recensione.

Ma visto che io non so dove abita Dimitri, mi sono documentata, e questo è quanto.

TRAMA

Ben è un giovane londinese che soffre di allucinazioni. Per lavoro legge manoscritti. Una notte gli arriva un libro che si chiama “Alice nel Paese della vaporità”. Noi con lui seguiamo la storia di Alice, un’antropologa che vive in una Londra Vittoriana che non c’è mai stata. Alice viaggia nella Steamland, una terra invasa da un gas che provoca allucinazioni e mutazioni. Una terra in cui la realtà cambia a ogni istante, in cui “giusto” e “sbagliato” sono soltanto parole, e in cui le parole stesse si trasformano in odori e sensazioni. Quella di Alice parte come una ricerca, ma si trasforma subito in una lotta per la vita e per la morte. Alice dovrà sopravvivere in una terra oscura, in cui non c’è differenza tra orrore e meraviglia. Ben legge la sua storia. E qualcosa succede anche a lui.

Questa è la trama. L’avete letta? Vi ha incuriosito, vero? Bene, dimenticatevela.

Stando alla suddetta descrizione Ben sembrerebbe il protagonista della vicenda, o meglio, il pilastro portante. Non è vero. Ok, cerco di essere più professionale. Non è così che viene percepito perché Dimitri l’ha trattato male. Ma andiamo con ordine. Perché ha trattato male tutto.

Ben è un ragazzo affetto dalla sindrome di Alice nel paese delle meraviglie (esiste davvero) e fa, credo, il correttore di bozze per una casa editrice, o addirittura l’editor, non l’ho capito. La sua esistenza è segnata da questa malattia e di recente anche da un evento tragico: la morte di sua sorella causata da un incidente stradale che vede colpevole lo stesso Ben. Inoltre si è da poco mollato con il suo ragazzo (Ben è bisessuale) e quindi la sua situazione di sconforto-depressione è quasi al limite. Una sera gli arriva per email un romanzo da fonte sconosciuta che Ben inizia a leggere, il romanzo è in pratica quello che leggiamo noi di Alice & co. e quindi diventa una storia nella storia dal risvolto ( che non spoilero) frettoloso e minimamente sorprendente, forse l’unica nota positiva che però se non ci fosse il resto del romanzo sarebbe stato meglio. Con questa costruzione Ben aveva le carte in regola per essere un protagonista interessante, peccato che alla fine gli viene dedicato si e no il 20% del romanzo e questa minima percentuale ha anche la pretesa di essere esaustiva. Le parti relative a Ben ci vengono somministrate con il contagocce, in favore di un’ eroina di una piattezza immonda, ma dalle pretese degne del nome. Alice è un’antropologa di 29 anni con un passato di violenza infantile. Viene salvata da un personaggio di cui non ricordo il nome e che tanto viene dimenticato (insieme al passato che mi sembrava degno per spunti interessanti) e  quindi ciaone. Alice è annoiata dalla vita, da Londra (ah siamo a Londra! Grazie. Stop, chiuso capitolo Londra). Cerca svago in occasionali partners sessuali (e mi/vi risparmio la parentesi partners sessuali di Alice) che però si rivelano tutti fuffa e quindi decide di tentare l’intentabile: infiltrarsi nella Steamland, una specie di periferia affogata nella vaporità (tipo gas di scarico che danno effetti da LSD) in cui si celano orrori inimmaginabili. Più ci si avventura in questo luogo, più emergono dalla nebbia situazioni e personaggi con un chiaro ma debolissimo richiamo a quelli dell’opera di Carrol e l’avventura di Alice diventa il canonico “viaggio/ricerca dell’eroe” che però si riempie fino all’orlo di eventi e dialoghi piatti e ridondanti, personaggi improbabilmente improbabili e tutto inizia a strabordare da un orlo già al limite fino all’esaurimento-nausea e….si, al 40% del libro ho iniziato a saltare le pagine. Ecco, l’ho detto. Pagine e pagine di concetti mistici e filosofeggianti, elucubrazioni su alberi, esistenze, ombre, sogni, lasciati andare, perché è così, non guardare osserva, senti con le mani e tocca con l’olfatto, i fiori…. mi stavo dando il kindle in faccia. Non ci ho capito una mazza, anzi ho capito, ed è una strabiliante cazzata. Ma non sono io, è che Dimitri si è perso, voleva fare sun tzu parlando come il buddah e bo… Alla fine Dimì hai attaccato il pippone supremo, forse non vedevi l’ora di liberarti e forse ci sei riuscito, se me lo avessi chiesto ti avrei consigliato di scrivere un bel saggio, perché così hai solo rovinato la tua storia, usandola come un cavallo di Troia.

Questo romanzo poteva salvarsi in più occasioni, ma sono tutte implose. La storia si rivela un tradimento continuo ai danni del volenteroso lettore, dall’incipit steam-attaccato alla qualunque per provare (a chi, a te stesso?) che stiamo leggendo un romanzo steampunk, dalle intenzioni, appunto, steampunk che precipitano miseramente ad ogni tentativo calcolato male o forse non calcolato per niente, dimenticato. Il contesto manca completamente, anzi, forse lo indica la trama, ah si nominano un paio di volte Londra e il resto del lavoro dobbiamo farlo tutto da soli. Ci sono troppe TROPPE cose che vengono buttate lì e DIVENTANO o SONO perché lo dice Dimitri ebbbasta.

E il finale… imbarazzante, frettoloso, imbarazzante, deludente…. è un FINALE BO.

Grazie a tutti.

 

La ragazza del treno_ il Film

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Come immaginavo il film è un flop. Una brutta copia sbrigativa e fatta male, un progetto di business da dare in pasto a lettori insoddisfatti che, credo vivamente, lo siano stati ancora di più dopo aver visto la pellicola. Cosa credevate? Ma no, voi, carissimi, lo sapevate benissimo a cosa sareste andati incontro, però ve la siete cercata lo stesso. E’ comune a tutti noi avidi lettori l’essere masochisti. Anche chi non lo ammetterebbe con nessuno, forse neanche con sé stesso, cova il sordido desiderio di vedere il risultato delle proprie fantasie/letture sul grande schermo, come le ragazzine che vanno alla ricerca di books-trailer su internet…

Ma va bene, ci siamo fintamente dati un pizzico sulla pancia e ce lo siamo visti, adesso basta. Possiamo chiudere, spero finalmente, il sipario sulla ragazza del treno. E aprire quello sull’ultima fatica di Alafair Burke… non è vero? he he he

Credo sia stato un peccato aver sprecato un’ottima interpretazione di Emily Blunt. L’attrice è stata davvero brava e credibile, molto, mi è piaciuta, e per questo l’ho trovata una performance davvero sprecata. Il film praticamente l’ha fatto tutto da sola, l’ha praticamente tenuto in piedi lei. Gli altri attori bo, non sono stati neppure pessimi, non sono stati proprio…. il nulla. Se invece di farci un film ne avessero fatto un monologo a teatro con la stessa Blunt ci avremmo guadagnato tutti molto di più.

Premettendo che l’ho visto sul divano con mia mamma (abbiamo letto il libro insieme), è stato significativo il fatto che ci siamo annoiate entrambe a morte, oltre a pensare esattamente le stesse cose. Ma ancor di più lo è stato il fatto che entrambe siamo state d’accordo che uno che vede il film senza aver prima letto il romanzo non ci capisce un cacchio di niente. Quindi, ribadisco, è stato solo fatto (male) per darlo in pasto ai lettori. E ste’ cose non mi piacciono, per niente.

Nella recensione al romanzo avevo forse superficialmente affermato che il libro è meglio anche senza aver visto il film, non mi ricredo e non ho visto il film nella speranza di farlo, era solo per essere “professionale”. Ribadisco anche che è assolutamente insensato andare a vedere un thriller di cui già conosci le dinamiche e quindi La ragazza del treno_il film è insalvabile sotto tutti i punti di vista.

Grazie a tutti.