“Chiedimelo di nuovo tra dieci anni”, ovvero la fine di GoT.

Spoiler Alert

Voglio cominciare dalla fine unendomi al coro di voci che disputano e disputeranno ancora su uno dei finali più attesi di sempre; Games of Thrones, la serie più seguita di HBO, è giunta a compimento dopo 8 stagioni, neppure tante, ma che ha segnato uno spartiacque nel mondo del fantasy. Nel ’54 c’è stato il mondo prima e dopo de Il Signore degli Anelli; ad oggi si può dire che esiste un mondo prima di GoT e dopo GoT.

Gli sceneggiatori di Game of Thrones, trasposizione televisiva de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, ci hanno lasciato certamente con l’amaro in bocca; a molti non è piaciuto… ma che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli. “Chiedimelo tra dieci anni” dice Tyrion verso la fine dell’ultimo episodio e sono convinta che anche noi continueremo a pensare di cosa è stata capace la serie GoT per noi spettatori.

Quando il 17 aprile 2011 andò in onda il primo episodio di Game of Thrones il mondo era stato abbondantemente solleticato dall’attesa che si respirava sul web. In seguito siamo stati rapiti e catapultati in questa strana serie fantasy cruda e complessa e l’impatto che ha avuto fin da subito sull’immaginario collettivo è stato senza precedenti e ha lasciato il segno.

Non è mia intenzione recensire l’episodio o la serie, certo non è stato un finale facile da digerire o da apprezzare, ma ciò accade quando le aspettative sono così alte, e qui erano talmente alte che va bene così. Dopotutto una serie del genere non poteva lasciarci tranquilli, con l’animo in pace. Concordo però con la sensazione più o meno generale di una scrittura frettolosa e una strana alternanza tra prevedibilità e scelte in contraddizione con ciò che in precedenza è stato costruito; si chiudono certo archi narrativi in modi interessanti, giusti, ma si resta un po’ frustrati per la sbrigatività con cui sono stati rappresentati.

Ma al di là dei semplicistici finali, ciò che non possiamo negare a GoT, anzi a Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco iniziate da Martin nel 1991 e pubblicate nel ’96, è il tratto filosofico e politico: è un saggio sulla natura del potere.

Power resides were men believe“.

Quello che ha fatto Martin è stato -lo è ancora dato che i romanzi non sono stati ancora portati a compimento- indagare le ombre del cuore umano, tratteggiare personaggi indimenticabili, non eroi, non persone malvagie, niente mostri e magie. Una storia in scala di grigi, dove non è tutto bianco o nero, i concetti di “eroe” e “cattivo” sono per Martin difettati; ogni essere umano ha la possibilità di compiere gesta eroiche o egoistiche. Tutti gli eroi hanno pecche e tutti i cattivi tratti che li redimono. Martin ha costruito una saga epica senza il bisogno di chissà quali mostri o magie per raccontare la lotta tra il bene e il male, bastano, come sempre, gli uomini.

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco potrebbero essere un’ ucronia storica. Lo stesso Martin ha ammesso di essersi ispirato alla guerra delle due rose, una sanguinosa lotta dinastica combattuta in Inghilterra tra i Lancaster e gli York. Ma lui cosa fa, aggiunge una minaccia esterna e soprannaturale a tal punto terribile da rendere la guerra in un “gioco del trono” e quindi una questione meschina e miserabile al confronto di una minaccia più seria.

Ma questa è anche una storia di falliti, di secondi, di emarginati ed è attraverso di essi che Martin fa passare i fili sottili della storia; figli bastardi come Jon Snow, figli inadeguati come Tyrion Lannister, figlie sventurate come Daenerys Targaryen, ma anche Arya e Sansa Stark.

In più, ad un certo punto in modo indiscutibile, addirittura Martin mette tutti gli uomini da parte o per lo meno si limitano a fare da spalla alle donne. Le donne dell’immaginario di Martin -a cui M. Murgia con C. Tagliaferri hanno dedicato una bellissima puntata nel loro podcast Morgana e a cui devo molto per questo articolo- sono bellissime, terribili, coraggiose, vendicative e assetate di potere. Regine e non, scendono in campo con tutto lo sturm und drang che si portano dietro e prendono in mano le redini della storia, del proprio destino e di quello dei sette regni.

Anche in questo George R.R. Martin è stato molto intelligente; la sua critica al modello di potere trasuda dai suoi romanzi e le sue donne combattono per se stesse, per elevarsi dal fango, per vendetta e, proprio come gli uomini, vogliono vincere e avere il potere.

E il potere, proprio come agli uomini, le cambia.

Diventano cieche, perdono di vista il quadro generale, rinunciano ai confini della loro coscienza, ma soprattutto usano tutte le armi che hanno a disposizione che si tratti di seduzione o manipolazione.

In questo George R.R. Martin non è un moralista.

Cercei Lannister ci si specchia nell’abisso di Nietzsche; per tutta la vita è stata soggetta a un padre-padrone e ha dovuto volere ciò che non amava e per contrasto ha amato ciò che non doveva. Lei, più di tutte le protagoniste donna della saga, incarna il potere maschile; le donne le fanno ribrezzo perché simbolo di debolezza e fatuità, si crede un uomo nato accidentalmente donna e come un uomo esercita il potere anche se non rinunciando all’occorrenza alle armi proprie femminili. Cercei incarna anche il lato più oscuro della maternità.

Con un corto circuito geniale, Martin fonde in Daenerys l’erede di una stirpe leggendaria, ma minata dalla follia e dalla decadenza, con la vocazione liberatrice di Mosè e Malcom X; ma gestire tutto questo potere è un casino, è un attimo che ci si monta la testa, e con l’idea di fare del bene compie nefandezze. Da santa liberatrice delle catene, diventa una pazza sanguinaria capricciosa e insofferente, non deve nulla a nessuno, neppure a chi la ama. E’ una buona molto pericolosa e sempre più sola.

Infine due sorelle, una più terribile dell’altra anche se in modi diametralmente opposti:

Arya, la più piccola quando comincia tutto, la vera combattente. Perde tutto, le tolgono tutto, e così decide di rinunciare alla sua identità e addestrarsi a diventare una macchina della vendetta. Arya sopravvive grazie alla rabbia, si culla con una nenia scandita dai nomi delle persone che deve uccidere prima di andare a dormire. Si evolve in modo magistrale aggiudicandosi il podio dei migliori personaggi sullo scenario fantasy.

Infine Sansa, la bellissima principessa “che voleva solo che tutto fosse bello e delicato proprio come nelle ballate”; solo che le cose non sono per niente belle e delicate e i principi azzurri non esistono. Sansa passa attraverso l’inferno lasciando dietro di se tutta la sua dolcezza e innocenza come mollichine di pane, ma non tornerà mai sui suoi passi. E’ come se morisse infinite volte Sansa, finché a un certo punto smette di autocommiserarsi e prende in mano il suo destino, rivendicando la sua posizione.

L’eroe dell’epilogo di GoT è però Tyrion Lannister -Peter Dinklage fin dall’inizio uno degli attori migliori del cast. Grazie all’intelligenza e alla parola compie il destino di tutti con un capolavoro di diplomazia. Con la sua lezione politica finale dichiara che né la legittimità, né la forza, né la fedeltà ai valori bastano per conquistare in modo duraturo il potere: d’ora in poi non ci saranno più diritti di nascita o rivendicazioni a sancire chi debba essere re a Westeros. In precedenza, in una delle immagini più significative di tutta la stagione, Drogon aveva liquefatto il trono di spade come in uno scatto d’ira alla morte di Dany e in molti ci hanno letto un contenuto analogo alla distruzione dell’Unico Anello nel romanzo di Tolkien. Ma la similitudine non calza fino in fondo: l’Anello deve essere distrutto per la scelta collettiva dei vecchi popoli di rinunciare al potere assoluto a costo di veder tramontare la propria era, mentre a Westeros è il destino che tesse la trama più delle decisioni degli uomini e delle donne.

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Autore: Marty

Chi sogna di giorno sa molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte.

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